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    22/02/2024

Antonio Di Nunno/La moralità della politica. Un libro per non dimenticare

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica13_locandina_di_nunno.jpgAVELLINO - Domani ad Avellino (ore 17.00, Sala blu carcere borbonico) sarà presentato il libro “Antonio Di Nunno, La moralità della politica”, a cura di Generoso Picone e Carlo Silvestri, Terebinto Editore, euro 16, pgg. 198). L’occasione è costituita dal convegno a più voci, sull’omonimo tema, in occasione del 9° anniversario dalla scomparsa di Di Nunno (1945-2015). Quella che segue è la prefazione di Carlo Silvestri al libro che contiene numerosi contributi a firma di politici, amici e colleghi.

Il volume sarà in vendita, a partire da venerdì 26 gennaio 2024, presso la libreria Mondadori di Avellino in Piazzale Amedeo Guarino, lungo Corso Vittorio Emanuele.

*  *  *

«Per servire Avellino bisogna amarla e difenderla e lo scopo di fondo rimane l'esigenza di fare di Avellino una città sempre più libera, più verde e più pulita (in ogni senso...)»: così si chiudeva la lettera che Antonio Di Nunno, il sindaco-giornalista scomparso prematuramente il 3 gennaio del 2015, rivolse alla città di Avellino per illustrare il suo programma di amministratore alle elezioni del 1999 in occasione del suo secondo mandato, un programma che aveva i suoi fondamenti in principi ben precisi come “restituire ai giovani la fiducia nella politica, battersi contro la corruzione, la camorra e l'usura, puntare a realizzare un'urbanistica a servizio del cittadino”. Il tutto portato avanti nel segno della passione che l’ha sempre contraddistinto, della più severa intransigenza, dell’assoluta indipendenza e coerenza politica.

Un impegno, quello di Tonino Di Nunno, ed un amore per la città che hanno radici antiche fin da quando, sul finire degli anni Sessanta, vide la luce Quaderni Irpini – la rivista nata sull’esempio di Quaderni Piacentini, il trimestrale diretto da Piergiorgio Bellocchio – cui aderì un folto gruppo di giovani che, rispetto alla linea della contestazione che contrassegnò il Sessantotto in Italia, scelsero di portare avanti sì quella della critica e del ragionamento ma in termini costruttivi e di confronto, con la messa in campo di proposte e di programmi per la comunità. Giovani che credevano con sincera convinzione nei principi della democrazia e della moralità della politica cui cominciavano ad avvicinarsi in ossequio ai valori del cattolicesimo liberale e agli insegnamenti ricevuti leggendo Sturzo, De Gasperi, Dossetti, La Pira.

I nomi: Franco Barra, Guido Borriello, Domenico Cataldo, Antonio Carrino, Nunzio Cignarella, Silvestro De Vita, Alfonso Dell’Erario, Tonino Di Nunno, Angelo Di Popolo, Gianni Falcone, Fausto Giordano, Renato Guarino, Enzo Roca, Carlo Silvestri, Mario Spagnuolo, Angelo Tranfaglia, Enzo Venezia, Michele Zappella.

E già sulle pagine di Quaderni Irpini – cui seguì l’indimenticata stagione di Radio Irpinia, La Voce dell’Irpinia, Politica Irpina fino, nell’immediato dopo terremoto, a quella de L’Irpinia, il periodico a stampa oggi quotidiano online Tonino mise in campo, avvalendosi di un giornalismo attento e costruttivo, quelle che saranno le sue passioni di sempre, portate avanti per tutta una vita, vale a dire l’urbanistica e la città, con una puntualità ed uno scrupolo civile che sono stati sempre apprezzati dalla gente comune, al di fuori delle logiche di parte e di potere.

Urbanistica, cioè, intesa non come mera indicazione di soluzioni disegnate sulla carta e destinate, spesse volte, solo ad alimentare polemiche tra le “parti” in campo (politica, progettisti, imprese), ma come battaglia di civiltà in cui la politica e la cultura svolgano, insieme, un ruolo determinante di impegno sociale e di indirizzo programmatico. In altri termini, politica e cultura desanctisianamente e dorsianamente intese, in grado di esprimere una nuova dimensione civile: politica intesa come servizio e mai come potere e conservazione dello stesso; cultura come forza e sostentamento all’azione politica, come rigore morale nell’interesse della comunità.

Parco del Fenestrelle, individuazione del terzo casello autostradale nella zona dello stadio, periferie (dalle case-Mussolini di rione Mazzini al parco di Villa Amendola, dal contratto di quartiere di Quattrograne Ovest al piano di recupero urbano per i prefabbricati pesanti), gestione dei rifiuti, Città ospedaliera, rilancio del Mercatone: tante le idee e le proposte che Di Nunno mise in campo per una città più vivibile e più a portata d’uomo.

La questione della classificazione e del rispetto della legge Galasso relativa alla non edificabilità a centocinquanta metri dalle sponde del torrente San Francesco ha vivacizzato non poco negli ultimi anni, anche per i riflessi derivanti dall’inchiesta portata avanti dalla magistratura, il dibattito sulla vicenda urbanistica nostrana.

E su questi temi Di Nunno, invocando più volte lo spirito di quella riforma (su cui ha scritto tanto Vezio De Lucia) pensata da Fiorentino Sullo – il ministro dei Lavori pubblici che sperava di salvare l’Italia dal disastro edilizio e paesaggistico e che era certamente lontano dalle posizioni della destra al di là delle presunte interpretazioni del suo pensiero portate avanti oggi da qualcuno con molta approssimazione e un comodo e personale revisionismo di maniera a soli scopi elettoralistici – è intervenuto da osservatore e da giornalista di razza qual era su L’Irpinia con un’analisi attenta e puntuale al centro della quale c’era sempre la città cui lui continuava a guardare, così come aveva fatto da amministratore, con uno spirito di servizio che gli faceva giudicare cose e uomini sempre in un’ottica collettiva: il bene di tanti passa attraverso il sacrificio di qualcuno. In altre parole per la prima volta un’urbanistica che poneva “al centro gli interessi dei cittadini e non quelli dei costruttori e dei proprietari terrieri”.

Le non poche difficoltà del dopo terremoto costrinsero gli amministratori dell’epoca a portare avanti una revisione del Prg sfociata nel varo del Petrignani-bis, da taluni giudicato troppo permissivo sul fronte dell’edilizia privata e, comunque, revisionista rispetto a tante previsioni iniziali.

La nascita agli inizi degli anni 2000 del nuovo strumento urbanistico, il cosiddetto Piano Gregotti-Cagnardi, poggiava preminentemente su due pilastri: la variante di salvaguardia a tutela delle colline, la realizzazione del Parco nel vallone del Fenestrelle intorno al quale far ruotare la città vecchia e nuova.  Il tutto inserito in quel programma del verde pubblico che Di Nunno – attraverso la formula della riqualificazione urbana e della cosiddetta perequazione (acquisizione dell’area da parte dell’amministrazione e possibilità per il proprietario di costruire, su aree già indicate, una piccola cubatura) – aveva sintetizzato nella formula della Città giardino di cui qualcuno si è poi frettolosamente appropriato senza nessuna copertura di proposte concrete e, soprattutto, di riferimento a chi questa formula l’aveva concepita e lanciata.

Per non dire di quella che avrebbe dovuto portare ad un’autentica battaglia di civiltà attraverso la riproposizione di quella variante di salvaguardia degli ambiti fluviali e collinari del Piano Cagnardi lasciata cadere davanti al Tar di Salerno senza, peraltro, far ricorso al Consiglio di Stato.

Qual è il bilancio dell’opera di Antonio Di Nunno che ebbe apprezzamenti e riconoscimenti al tempo della stagione dell’elezione diretta dei sindaci anche a livello nazionale con la nomina a presidente del Consiglio della Lega delle autonomie? Due le cifre che la sintetizzano: 130 miliardi (delle vecchie lire) di debiti pagati e 800 miliardi circa di investimenti lasciati in eredità al suo successore.

Di Nunno, della cui figura si dovrà pur procedere a portare avanti un processo di storicizzazione nel segno della obiettività e della verità rispetto al suo lavoro di amministratore, rimane per tutti un esempio di un umanesimo politico e culturale illuminato, fondamentale per definire il ruolo di una classe dirigente di cui oggi, come non mai, c’è assoluto bisogno.

Grande era il suo amore per Avellino e la sua fede nei valori della democrazia, una democrazia promossa e garantita dalla Costituzione. Leggeva De Sanctis e Dorso acquisendo nel tempo una profonda coscienza meridionalista che l’ha accompagnato sempre nella sua attività pubblica caratterizzata da grande correttezza istituzionale sorretto, com’era, da un alto livello intellettuale e morale.

Era un uomo libero e si prodigò fino alla fine per difendere l’istituzione-Comune dalle ingerenze dei partiti e delle imposizioni che erano abituati ad esercitare, soprattutto nell’era del correntismo e della partitocrazia, i cosiddetti padroni del vapore.

A tutto questo, comunque, a questo appassionato e infinito legame alla sua città si pose fine con un autentico colpo di spugna. “Si chiude un’esperienza sulla quale ho impostato, ad estrinsecazione di tutto ciò in cui io credo, la moralità della politica, la moralità della politica”: invocando, appunto, la moralità della politica Di Nunno chiuse, in lacrime, la sua esperienza di sindaco e il suo intervento in Consiglio comunale dove erano presenti molti dei firmatari di quell’operazione canaglia che portò alla sua defenestrazione.

Una estromissione, quella, solo della sua persona, in quanto elemento di rottura con l’establishment allora imperante – cui peraltro non aveva esitato, in più d’una occasione, a rinfacciare senza mezzi termini le mascalzonate politiche oltre che comportamentali – non certo delle sue idee, della sua idea di città cui dover dare un’anima in cui aveva sempre creduto con convinzione e forte dedizione una personalità come Rosanna Rebulla, scomparsa lo scorso mese di dicembre, che non esitò a mettersi contro le imposizioni di Margherita e Ds (il suo partito) e a sostenere Di Nunno.

Proprio da parte dei due partiti della maggioranza, Margherita e Ds, Di Nunno, nel giorno dell’addio, parlò di “aggressione alle istituzioni”.

Che giudizio dare di questo politicume avventizio che ha sempre coltivato solo se stesso – e che ancora c’è in giro – a tutto discapito della questione morale e del bene della comunità? Un politicume che, soprattutto ai livelli più bassi, sfocia in un vero e proprio abusivismo rappresentativo visto e considerato il pressappochismo con cui alcuni suoi esponenti credono di amministrare la cosa pubblica senza nessuna forma di pudicizia e di coscienza della vacuità dei propri mezzi e capacità operative per non dire del trasformismo cui sono pronti a dare vita nel cambiare casacca con nessun rispetto per chi li ha eletti?

A spiegarlo crediamo possa risultare significativamente utile questo pensiero di Seneca tratto dalle Lettere morali a Lucilio: «…una gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo».

Perché, dunque, questo libro? Per non dimenticare.

Per non dimenticare, altresì, gli altri amici di Di Nunno che ci hanno lasciato in questi anni e che hanno sempre creduto in lui e nel suo operato tra cui Franco D’Onofrio, Mario Cesa, Aurelio Martino, Francesco Saverio Festa, Gennaro Bellizzi, Giuliano Minichiello, Nardino Ventullo, Angelo Barone, Fausto Addesa, Ettore de Socio, Armando Montefusco, Rosanna Rebulla.

Aggiornamento del 20 gennaio 2024, ore 15.16 - Nella ricorrenza del IX anniversario della scomparsa è in programma venerdì 26 gennaio, ore 17:00, presso la sala blu del carcere borbonico (ingresso via Alfredo De Marsico), la presentazione del libro ANTONIO DI NUNNO La moralità della politica a cura di Generoso Picone-Carlo Silvestri.

Il programma

Saluti istituzionali

Rizieri Buonopane, presidente della Provincia

Gianluca Festa, sindaco di Avellino

Introduce

Antonio Gengaro

Intervengono

Francesco Barra

Generoso Picone

Paolo Ricci

Amalio Santoro

Stefano Sorvino

Enzo Venezia

Anna Maria Zaccaria

Modera

Aldo Balestra

*  *  *

Comitato promotore: Michele Candela, Antonio Carrino, Nunzio Cignarella, Antonio Gengaro, Generoso Picone, Ugo Santinelli, Amalio Santoro, Carlo Silvestri

 

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