AVELLINO – La fretta, si sa, è cattiva consigliera. E sotto la spinta della grave crisi economica in cui versa il nostro Paese, il governo Monti sta prendendo decisioni per porre riparo subito al disastro della pubblica finanza prodotto da vent’anni di rinvii, di non decisioni, di menefreghismo. Ma la fretta induce ad imboccare scorciatoie che potrebbero portare da nessuna parte.
Tutti ormai convengono che lo Stato “pesante” che abbiamo costruito – aggiunte mal riuscite dell’Italia repubblicana all’apparato sabaudo-fascista – non può essere più sostenuto da Paese sia per il costo di tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici sia per il freno che i servizi affidati a costoro esercitano nei confronti dei cittadini soprattutto se imprenditori, piccoli operatori economici o anche pubblici amministratori.
Bisogna sfoltire, dunque, e tagliare. Occorre costruire uno Stato “leggero”, convengono tutti. Ma tutti divergono sul modo di farlo. Il governo, si sa, sta puntando molto, come primo intervento, sul ridimensionamento (in attesa dell’abolizione) delle province, sulla chiusura dei tribunali periferici, sull’accorpamento di molte prefetture, sulla utilizzazione di sedi statali per molti uffici (e scuole) per i quali ora si paga il fitto, sull’eliminazione di doppioni (o peggio) nella presenza della forza pubblica sul territorio. Come si vede siamo ad interventi miranti a rimettere ordine nell’orto governativo.
L’attesa rivoluzione amministrativa, con la soppressione di enti e funzioni inutili o debordanti, è rinviata. Anche perché molte di queste sovrapposizioni nascono per iniziativa delle Regioni o per una legislazione statale difficilmente ridimensionabile da un governo “tecnico”. Ecco allora che la prima cosa che è venuta in mente al governo fin dalle sue dichiarazioni programmatiche è stata la soppressione delle Province, gesto apparentemente facile e comunque subito orecchiabile da parte di un’opinione pubblica in attesa di forti novità.
Soltanto quando le stesse Province (intanto bersaglio di opinionisti a caccia delle loro tante, troppe magagne) hanno contestato che quell’ente è previsto dalla Costituzione, il governo ha cambiato ritmo: in attesa della legge costituzionale sulla soppressione, per ora risparmiamo abolendo le elezioni, posti di consigliere e di assessore. In pratica la Provincia (nella foto la sede di Palazzo Caracciolo), fino ad ora l’unico ente elettivo sovra comunale, avrà il suo nerbo nell’assemblea dei sindaci di ogni provincia, assemblea che eleggerà il presidente mentre i consiglieri – ridotti di numero – saranno scelti dal Consigli comunali dei vari collegi. Toccherà al presidente ogni compito direzionale visto che la giunta è abolita. Forse ci saranno deleghe ai pochi consiglieri.
Una rivoluzione a metà, dunque, che farà risparmiare qualcosa. Le Province conserverebbero per ora le funzioni attuali che non sono più gli storici settori della viabilità locale, dell’assistenza agli orfani ed ai folli (incredibile riferimento alla gestione degli ospedali psichiatrici; Avellino si serviva del complesso di Nocera). Oggi hanno competenze, fra l’altro, su tutta l’istruzione superiore, sui piani urbanistici, i rifiuti, la difesa ambientale, l’agricoltura. È roba di poco conto? Sono materie da affidare ad un gruppo di sindaci che dovrebbero poi valutare il Piano urbanistico della loro cittadina?
È quanto meno audace sostenere che, durante la loro trasformazione-soppressione, questi enti potrebbero gestire le non lievi cosucce loro affidate. Né si può dire che le materie loro affidate troverebbero un facile approdo nello spazio delle Regioni, enti che per anni sono stati gelosi del loro territorio, e comunque sempre avari di risorse e, salvo alcune eccezioni, di deleghe verso le Province.
Ma c’è poco da fare. Il treno del cambiamento è partito e le Province soccombono sotto il peso di una vecchia campagna condotta “contro” quando con la nascita delle Regioni si pensò di farne a meno, e dell’assoluta ignoranza di gran parte dell’opinione pubblica del nuovo e forte compito che è stato loro affidato.
Un risultato la campagna anti-Province l’ha comunque ottenuto. Ha da tempo fatto passare in retrovia un cambiamento cui partiti progressisti e settori dinamici della società italiana tenevano molto, anche come segno di avvio della costruzione di uno Stato moderno: l’abolizione delle prefetture. Perché tenere un impianto napoleonico, sabaudo e fascista con il governo che aveva aperto rappresentanze di ogni dicastero in tutti i capoluoghi di provincia? Mistero.
Intanto, però, sull’abolizione delle prefetture è calato il silenzio ed un ampio strato di polvere. E dovendo urgentemente risparmiare ci si rivolge, sopprimendoli, paradossalmente, agli enti che sono proprietari di quasi tutte le sedi prefettizie: le Province. Unico ente dove i responsabili vengono eletti nella pletora di consorzi, Ato, Asl, Autorità di bacino, Asi, Iacp, municipalizzate, consociate costituiscono – con i loro consigli di amministrazione ed apparati dirigenziali – l’indegno e dannoso polpettificio cui si rivolge un mondo di questuanti che proviene da una politica sconfitta e bacata.
Come mai in Irpinia per una questione così importante non si odono proteste e proposte di partiti, politici, sindacati, organi di informazione? La sottrazione dei tribunali di Sant’Angelo dei Lombardi ed Ariano Irpino si aggiunge alla sottrazione o al ridimensionamento di ospedali. Le iniziative giustamente avviate su questo fronte soprattutto dai Comuni appaiono avulse da quella sorta di retrocessione del (sotto)sistema Alta Irpinia; di ulteriore sottrazione di risorse verso una terra che sembra condannata a rimanere contenitore di giochi di una politica di serie B (e dei relativi giocolieri) e mai protagonista del proprio futuro. È cosa da poco questo scivolamento verso il nulla da non meritare una quasi rivoluzione?
E che dire dell’agghiacciante silenzio della città di Avellino che non si accorge (tutti parlano d’altro…) dell’angusto spazio che questi cambiamenti le lasceranno? Ricordiamo agli smemorati che il capoluogo irpino ha già perduto distretto militare, funzioni importanti della caserma Berardi (300 militari oggi contro i più di mille di una volta), direzioni Enel e telefonia; e che ha salvato per ora la Banca d’Italia mentre rischia di cedere la prefettura a Benevento dove la sede del Palazzo del governo è di proprietà dello Stato mentre quella di Avellino è della Provincia.
Perduta la sfida dell’industrializzazione, si perdono altre posizioni strategiche. Se Avellino perde di fatto il ruolo di capoluogo di provincia (le lasceranno qualcosa ma perderà molto altro) la sua funzione di polo amministrativo verrà meno come – di conseguenza – quello commerciale. Con tanti autorevoli esperti chiamati a disegnare un Piano strategico per la città è forse il caso di cambiare…strategia.




