AVELLINO – Chissà quanti avellinesi sanno cosa sono le zone franche urbane (Zfu). Crediamo che siano davvero pochi. Niente male. È grave - e, quindi, è invece un gran male – che pochissimi tra la classe dirigente cittadina sappiano qualcosa delle Zfu. Persino in Consiglio comunale, dove la questione fu posta dall’allora presidente dell’assemblea Antonio Gengaro, non si è mai levata una voce magari per chiedere a sindaco e giunta di prendere un’iniziativa per far inserire Avellino, o un suo quartiere, un pezzo della sua periferia nell’elenco delle città candidate ad ottenere le agevolazioni fiscali ed i contributi previsti nelle aree che avrebbero ottenuto il marchio Zfu, uno strumento che la Comunità europea tardò ad accettare (capofila fu la Francia). Il periodo durante il quale si discusse molto di questa possibile iniziativa fu quello intorno al 2007.
Allora le zone franche urbane dovevano essere una ventina, delle quali molte al Sud e, secondo il ministro dell’Industria dell’epoca, Scaiola, altre due nella sua Liguria. In Campania si davano per certe come localizzazioni quella di Napoli Est (zona ex raffinerie), e periferie “scomode” come quelle dei grandi centri del golfo. Poi l’alt da parte di Bruxelles, sette anni di tira e molla. Ed ecco che all’improvviso vengono fuori le città coinvolte nel programma: 45 in tutto il Sud. In Campania sono Aversa, Mondragone, Benevento, Casoria, Napoli Est, Portici, San Giuseppe Vesuviano, Torre Annunziata. In queste città saranno disponibili 98 milioni di euro. Queste le agevolazioni previste: le piccole imprese ubicate nelle Zfu potranno usufruire dell’esenzione dell’Imu e delle imposte sui redditi, Irpef, Irap e Ires, ed essere esonerate dal versamento per 5 anni dei contributi sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato.
Quello delle Zfu è uno degli strumenti più adattabili su un territorio. Ce ne sono altri, certo, ma come mai nessuno ha pensato ad Avellino che la formula delle zone franche è la più adatta a realtà come Pianodardine e borgo Ferrovia? Neppure l’Asi in questi anni ha pensato di chiedere al Comune di Avellino di battersi per entrare in questo programma? Neppure i nostri rappresentanti alla Regione avevano valutato una possibilità del genere? Ma il Comune, l’Asi, gli eletti, gli assessori, l’allora ancora viva Provincia a cosa servono o servivano? Ed i sindacati che quando parlano di “Patto per l’Irpinia” sembrano dimenticare che dell’Irpinia fa parte anche la sempre più isolata e sconfitta Avellino?
Adesso ci dicono che ci sono 20 milioni per le aree di crisi irpine. Poi ci sono 100 milioni sul piano per l’accelerazione della spesa ed altri 150 dal Piano di azione e coesione (assunzione giovani, marketing, consolidamento debiti). Tante opportunità di là da venire come sottolineano i sindacati, ma quel che poteva essere certo fin d’ora no. Nessuno, ma proprio nessuno, ha pensato ad Avellino ed allo sviluppo che poteva ottenere. Perché? Perché Avellino è ormai fuori dagli interessi politici, economici ed elettorali di tanti.
Un ruolo nuovo e forte dovrebbe averlo il Comune che ormai è il solo presidio in condizione di difendere la conca avellinese. L’unico ad avere un’idea capace di non fare morire la città è stato il presidente degli industriali, Sabino Basso, che da tempo insiste sulla necessità di modernizzare la ferrovia Salerno-Avellino-Benevento. Solo che invitato sul Mattino ad indicare la vera possibilità di rilanciare il ruolo di Avellino ha citato una serie di programmi dai quali attingere finanziamenti. Peccato che né Basso né altri sappiano come ottenere i soldi per la ferrovia che farebbe rinascere Pianodardine (“porta per l’Alta capacità di Benevento”). Così come non viene mai chiarito nei tanti convegni che sul rilancio della provincia si stanno tenendo in questo periodo quale sia il ruolo della città di Avellino, se cioè è compresa nel progetto di “rilancio” e, soprattutto, quali grandi disegni la riguardino e, ancora, dove sono i fondi per sostenerli. A meno che la giaculatoria demitiana sui lamenti ed i lamentosi non sia già la risposta ad osservazioni come questa. Ma la sconfitta di Avellino ha nomi e fatti precisi.
La verità? Avellino paga la sua ormai pluriennale solitudine politica sancita da chi gli avellinesi hanno cacciato. Riprendersi? Sì, ma partendo da un rilanciato spirito civico dei suoi abitanti.




