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    25/06/2026

Dall’Emilia un messaggio: alzare il livello della Protezione civile

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b_300_220_15593462_0___images_stories_terremoto-emilia-accise-benzina.jpgAVELLINO – All’indomani del terremoto del 1930 – quello che ebbe come epicentro il Vulture, l’Irpinia orientale, la Basilicata ed un lembo di Puglia – reparti dell’esercito della regione militare meridionale erano già presenti in tutti i paesi colpiti dal sisma. E per le case tutto fu naturalmente fatto secondo le conoscenze tecniche e la visione (del problema) del tempo. In pratica i muri crollati furono rimessi in piedi, le catene furono sistemate tra una parete e l’altra di edifici dai volumi grandi (chiese, conventi, caserme, palazzi: ancora oggi si notano sulle alte pareti di quegli edifici le “croci di Sant’Andrea” che segnalano i punti esterni di aggancio dei ferri). Sufficiente? Proprio no.

Il concetto di costruzione o ricostruzione antisismica era di là da venire. In altre nazioni si era molto più avanti. In Italia, paese che si è dato una vera legge antisismica soltanto dal 2005, da allora c’è stato il terremoto di Ariano (1962), quello della Valle del Belice in Sicilia (1968), quello del Friuli (1976), quello di Umbria e Marche (1997), quello del Friuli (1976) ed ancora quello dell’Irpinia e della Basilicata (1980), con propaggine a Napoli. E soltanto dopo quest’ultimo evento si è cominciato a parlare di tecniche antisismiche, di zonizzazione del Paese in base al rischio-terremoti e, soprattutto, di “Protezione civile”, ovvero di un insieme di regole, modelli organizzativi, coordinamenti ed attribuzione di responsabilità confluenti in un servizio civile capace di affrontare i vari gradi dell’emergenza che un disastro ambientale, ma anche di altra natura, comporta.

Il servizio di Protezione civile in Italia va lentamente perfezionandosi, attrezzandosi anche per fenomeni quasi normali come abbondanti nevicate. Le immagini che ci vengono in questi giorni dall’Emilia ci mostrano in prima fila non più l’esercito, ma i vigili del fuoco, corpo sempre più ricco – ma è ancora poco – di specializzazioni e capacità operative (fuoco sì, ma anche edifici pericolanti, frane, allagamenti, nevicate, mareggiate ecc.) e poi le forze dell’ordine.

Il primo livello della Protezione civile, dice la legge, è quello comunale. È il sindaco che nei primi trenta minuti di un evento disastroso è responsabile delle prime decisioni. Poi subentrano altri livelli operativi. Ma intanto i Comuni devono operare secondo il piano che dovrebbero aver predisposto (in Campania moltissimi Comuni non l’hanno fatto, non pochi persino in Irpinia) utilizzando aree di ammassamento di persone, mezzi, scorte appositamente individuate.

Forse è giunto il momento di alzare il livello di intervento urgente possibile. Le scene di disperazione contenuta che vediamo in Emilia, così come quelle che ricordiamo dopo il sisma dell’Aquila (2009), ci dicono che occorre rispondere ai colpi della natura (o degli uomini sbadati o criminali) in maniera più ampia e risolutiva.

Tutti i Comuni dovrebbero avere aree dove allestire tendopoli, ma forse è giunto il momento di dire che le tende non possono essere quelle da campeggio. Occorre chiedere all’industria di prepararne di migliori e più resistenti alle intemperie. Così come è giunto il momento di chiedere all’industria di preparare qualcosa di più delle roulotte che, in genere, rappresentano il secondo passaggio dopo la tendopoli. Così come dovrebbe preparare moduli subito montabili per uffici e scuole. Sarebbe ora, insomma, che questa sorta di villaggio-roulottopoli fosse disponibile – come deposito di materiale e scorte – in ogni punto-regione da dove dirottare le attrezzature verso l’area colpita da una calamità. Le “case trasferibili”, corredate da tubi flessibili che possono fare da fognatura, da acquedotto, contenitore di cavi elettrici o telefonici, possono essere subito assemblate a mo’ di villaggio e far superare quella difficile fase in cui la popolazione si vede sola e sotto minaccia. In questi “villaggi” l’attesa della rinascita del proprio paese o quartiere diventa sicuramente sopportabile.

Sarebbe, tutto questo, il passaggio ad una fase più civile del servizio di Protezione civile. Sarebbe anche la risposta corretta e decente a chi attende di far ritorno nella propria casa senza consentire a pifferai di quart’ordine di promettere miracoli (vedi L’Aquila) che non sono nella possibilità degli uomini.

È giunto il momento di riflettere sulle pause di vita civile che queste tragedie impongono e sui veri rimedi che l’esperienza impone. Per fare questo occorrono nuovi regolamenti, nuova visione del fenomeno, nuovo impegno dei tecnici e dell’industria e…altri fondi. A proposito dei quali è bene volgere lo sguardo al passato quando l’Italietta del dopoguerra si inventò il “soccorso invernale” (aggiunta al prezzo di beni e prestazioni voluttuarie come cinema, partite di calcio ecc.) per far fronte alle alluvioni del Polesine, di Salerno ed altre, alluvioni che allora sembrarono l’unico attacco della natura alla fragile Italia.

Una particolare riflessione va fatta nella nostra Irpinia sulla individuazione di aree dove sistemare tendopoli, soccorritori, scorte ed altro. Questa scelta è ormai di carattere urbanistico. Se nei piccoli Comuni basta a tal fine utilizzare la viabilità di accesso ai centri, ad Avellino o nei Comuni più grandi occorre invece utilizzare aree polivalenti come è già stato, ad esempio, per il parcheggio dello stadio Partenio. Ed a proposito del parcheggio del Partenio occorre imporre, quasi manu militari, l’apertura in quel punto del casello autostradale Avellino-centro.

Si completerebbe, in quell’area, un disegno strategico per consentire il rapido afflusso e deflusso dei mezzi di soccorso (evitando che paghi il pedaggio del traffico cittadino). Disegno che va oltre le questioni di emergenza. Quell’area – compreso Campo Genova, lo stadio ed il campo B – va vista ormai come il centro della mobilità (e dello sviluppo) dell’area avellinese. Si ricordi, per fare un esempio, che durante le nevicate dello scorso febbraio, Benevento si liberò dei Tir fermandoli davanti allo stadio Santa Colomba.

 

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