AVELLINO – Sul tema della crisi che stiamo vivendo ospitiamo un intervento del Prof. Gilberto-Antonio Marselli che nello scorso mese di maggio è stato nella nostra città ed ha parlato di politica, Mezzogiorno e classe dirigente. Marselli, lo ricordiamo, è stato allievo ed amico di Manlio Rossi Doria ed uno degli animatori del famoso “Gruppo di Portici”: ha affrontato da politico e da studioso i problemi legati al Mezzogiorno e alla questione meridionale grazie anche al sodalizio culturale, oltre che con Rossi Doria, con Rocco Scotellaro e Carlo Levi, l’autore di Cristo si è fermato ad Eboli.
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Per quanto possa esservi il rischio di apparire troppo cinico o, peggio, di far ricorso a facili espedienti espositivi, sono fermamente convinto della posizione che ho assunto come elemento molto importante nel leggere ed interpretare l’attuale grave momento storico che, in vario modo e con differenti implicazioni, sta investendo tutto il nostro pianeta.
Ritengo, cioè, che le sollecitazioni alle quali veniamo esposti quotidianamente e, spesso, con le interpretazioni più diverse, follemente oscillanti dal più profondo pessimismo al più incosciente ed immotivato ottimismo, abbiano, se non altro, il merito di averci allertati. Innanzitutto, inducendo, in un numero per fortuna sempre crescente di persone, la presa d’atto di quanto alcuni di noi specialisti auspichiamo, purtroppo spesso inascoltati, da tempo.
Mi riferisco, soprattutto, all’esigenza di una sempre più diffusa assunzione di responsabilità da parte di tutti – sia pure in proporzione con le singole responsabilità – sì che, alla giusta pretesa di rispetto dei nostri legittimi diritti, corrisponda sempre un nostro totale ed indiscusso assolvimento dei doveri nella consapevolezza che una società non può che manifestarsi come tale proprio nell’equilibrato espletamento di diritti/doveri da parte del singolo così come delle stesse istituzioni. Come più volte ho avuto occasione di ribadire, al posto della troppo spesso ricordata (per lo più solo retoricamente) società civile, da contrapporre alla società politica, ho sempre preferito piuttosto parlare di una società dei cittadini, da una parte, e di una società delle istituzioni, dall’altra, in quanto la prima (la società civile) spesso si comporta incivilmente e la seconda (la società politica) altrettanto spesso dimentica di assumersi le dovute responsabilità, prettamente politiche, di reperire le risorse e gli strumenti necessari per una concreta soluzione dei vari problemi relativi a quella data società.
Benché da tempo fosse apparso sempre più chiaro che – per effetto delle nuove tecnologie e, non meno, del rinnovato risveglio di certe popolazioni – il panorama generale non poteva continuare ad essere caratterizzato da una staticità spesso già allora eccessiva ed in presenza di una non più accettabile preminenza dell’Occidente (quella del continuo confronto tra i vari continenti quasi come fossero persistenti monadi, nonostante i propri fermenti interni) e che, quasi per assecondare passivamente ciò che alcuni attenti osservatori andavano avvertendo come possibile futuro scenario di cui tener conto, il concetto di globalizzazione tendeva ad essere utilizzato solo a dimostrare una fittizia facciata di accettazione di una tendenza in atto, dagli imprecisati connotati. Così come, purtroppo, e su scala diversa è accaduto per un altro concetto-chiave della recente saggistica: quello della modernizzazione. Nella realtà, nell’uno e nell’altro caso, si è più preferito di apparire aggiornati e alla moda piuttosto che preoccuparsi concretamente affinché quei due processi potessero concretizzarsi quanto più fisiologicamente possibile ed al minor costo umano (sociale e culturale oltre che economico) conseguibile.
Invece, gli accorati appelli, mossi da parte di coloro che questi problemi studiavano e seguivano con particolare partecipazione ed ansia, non sono stati adeguatamente ascoltati sì da essere, quasi senza accorgercene e con un atteggiamento analogo a quello dei viaggiatori del Titanic, costretti a svegliarsi bruscamente da un sogno rivelatosi del tutto fallace e pernicioso. Sono state devastate le risorse ambientali sì da determinare tempeste, frane e devastazioni di ampi territori, mettendo in pericolo la stessa incolumità delle persone; sono stati esacerbati, spesso ben oltre il necessario, le pressioni esercitate dalle forme di organizzazione del lavoro e della produzione sulla salvaguardia degli stessi valori posti alla base delle nostre diverse visioni del mondo; il consumo indiscriminato e senza più alcun freno, che ha privilegiato l’avere e l’apparire sull’essere; la immotivata e, comunque, mal gestita generalizzazione e diffusione di specifici stili di vita ha indebolito, fino addirittura a determinarne la scomparsa, quegli stessi che costituivano la cifra e l’essenza stessa delle varie realtà.
Tutto ciò indusse Zygmunt Bauman a lanciare un primo allarme nel suo Modernity and Ambivalence (1991) nel quale riprendeva ed approfondiva l’invito lanciato l’anno precedente con il suo Thinking Sociological: An Introduction for Everyone: in altri termini, guardarsi dai dilaganti sociologismi, prigionieri di stereotipi e di mode inficiate dai preconcetti, per dar posto, invece, ad un approccio che prestasse più attenzione alle componenti socio-culturali di una data realtà piuttosto che limitarsi solo a quelle più strettamente economiche.
Infatti, per questo autore, gli effetti delle inevitabili crescenti sfide nei rapporti intercontinentali (la globalizzazione) nonché di quelle poste in essere da una persistente e sempre più grave sottovalutazione delle esigenze determinate dall’inesorabile mutare dei tempi (la modernizzazione) sono stati quelli di determinare una sostanziale incertezza nei confronti del futuro (così delle società come del singolo individuo): da ciò, la sua definizione di società liquida, determinata, appunto, dal pernicioso incontro di un consumismo sempre più incontrollato con l’inevitabile produzione di rifiuti umani, che non trovano più adeguato inserimento nemmeno nelle proprie società di appartenenza e, pertanto, cadono vittima della industria della paura che delude o, addirittura, smantella ogni sicurezza in sé e nel proprio futuro. Lo stato liquido, invece, consente di illudersi di far parte di un’entità più vasta, di potersi riconoscere in altri sperando nella solidarietà o, quanto meno, nell’altrui complicità per poi dover prendere atto che, purtroppo, si è irrimediabilmente sempre più soli, isolati, abbandonati a sé stessi.
In una tale tragica condizione, coloro che sono investiti della non lieve responsabilità di dover gestire i processi storici non trovano altra soluzione se non quella, suicida, di assecondare i fenomeni in atto -che hanno determinato il malessere attuale- ricorrendo alle leve economiche e finanziarie, cedendo definitivamente ogni potere nelle mani di coloro che sono animati da interessi specifici niente affatto coincidenti con quelli degli individui.
Nulla o molto poco si è fatto, invece, per ricostruire – ove era venuto meno – o, addirittura, riavviare ex novo – dove non era mai riuscito ad attecchire – quello spirito di solidarietà, di condivisione e, soprattutto, di progettualità di un futuro comune, che si può determinare solo in una dimensione comunitaria: quella dimensione in cui la comunità (secondo il modello toennesiano della Gemeinschaft) può assolvere la funzione di mediazione tra l’individuo e la necessaria dimensione societaria (la Gesellschaft) a cui solo ed esclusivamente vanno delegate certe scelte responsabili.
Ma poiché la progressiva entrata in crisi – se non la loro definitiva scomparsa – dei valori tradizionali, fortemente localistici, è la causa principale dell’attuale malessere (specialmente nelle giovani generazioni, giustamente più insicure e sfiduciata), è fin troppo evidente che non basta più ricostruire la comunità nell’ambito delle piccole realtà: ma, invece, trasferire questa sfida su dimensioni sempre più ampie. Da ciò, un’ulteriore felice provocazione di Bauman quando, al termine ormai logoro di globalizzazione propone di sostituire quello, assai più incisivo e attuale, di glocalizzazione o glocalismo che meglio può esprimere gli imperativi ai quali dare, il più presto possibile, una risposta adeguata. Congiungere la dimensione globale con quella locale ci consente di affrontare più adeguatamente la natura duale del problema, puntando sempre più sull’interazione tra gli individui, a scala spaziale maggiore, sì che il confronto tra i vari valori possa essere il più ampio e stimolante possibile.
Si tratta di porre l’individuo, il gruppo ed i rispettivi valori al centro dei diversi sottosistemi importanti di ogni convivenza civile: il mercato come una delle funzioni, ma mai come quella essenziale; la comunicazione come il mezzo per ampliare le conoscenze e le comprensioni reciproche; la ricerca ed il progresso come ausilio al loro fisiologico sviluppo e non già come attentati distorsivi alla propria libertà.
Non a caso ho fatto ricorso al termine interazione – che presuppone un’assoluta parità tra i protagonisti – invece della troppo abusata condizione della integrazione, in cui vi è sempre un dominate ed uno soggetto ad adeguarsi ad esso. Trattasi, naturalmente, di processi lunghi nei quali coinvolgere tutti, a partire dai primi anni di vita, perché insieme si possa dar luogo ad un vero homo novus adatto ai suoi tempi. Alcuni possono anche ritenerlo utopico e, come tale, fallace: a prescindere dal fatto che pure le utopie hanno una loro funzione (se non altro perché spianano la strada alle realizzazioni che, prima o poi, si dovranno pur avere), non vi è alcun dubbio che, oggi, vi è una maggiore consapevolezza in ciò. E i movimenti di protesta risvegliatisi ovunque ne sono una riprova: non bastano più le politiche economi Times New Roman che e finanziarie, i palliativi escogitati dalle varie classi politiche e dirigenti che, quanto meno passivamente, hanno consentito che si arrivasse a questo punto.
È tempo che la parola venga data di nuovo all’individuo: sta in lui rendersene meritevole, dimostrando di sapersi assumere le debite responsabilità e di saper proporre alternative valide ai defaticanti sforzi delle politiche tradizionali, finora dimostratesi inefficaci ad evitare le crisi ricorrenti. Tertiun non datur !




