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    24/06/2024

Carbone, l'ultimo brigante nell'Irpinia postunitaria

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b_300_220_15593462_0___images_stories_brig._carb.jpgCi sarebbe voluto John Ford, o il nostro Sergio Leone, sostenuto dall’immancabile colonna sonora di Ennio Morricone, per raccontare la parabola criminale di Alfonso Carbone (1847-1912). E senza grandi sforzi di fantasia: la sceneggiatura del film (perchè ha un sapore squisitamente cinematografico la vita del brigante di Montella) è già scritta nei documenti dell’epoca, in parte conservati nell’archivio del Tribunale di Avellino.

Nella breve ma intensa carriera di Carbone ci sono tutti gli ingredienti classici del western: la vendetta privata, il duello tra fuorilegge non più alleati, l’assalto ai passeggeri e ai ricchi del posto, gli scontri a fuoco con gli uomini della legge, la parentesi romantica e la passione proibita, lo show-down conclusivo.

E, come per ogni “pericolo pubblico” che si rispetti, non manca nemmeno la taglia sulla sua testa: dead or alive, vivo o morto, Carbone valeva nel 1868 mille ducati, al pari dei suoi sodali Ferdinando Pico, anch’egli montellese, e Andrea Ferrigno, di Acerno. Una cifra enorme, messa in palio dal sindaco di Montella Nicola Bruni e dalla sua giunta.

Ci sono tutti i crismi per un film d’azione.

Che inizia con  l’uccisione di Salvatore Gambone, reo di aver fatto condannare, con una deposizione falsa, il fratello del 21enne Carbone, e di aver rapito Dora, la quindicenne di cui Alfonso si era invaghito. Un malinteso senso di giustizia, una reazione violenta ad un torto subito....

Il romanzo criminale del fuorilegge di Montella fa subito riecheggiare certe pagine della migliore narrativa meridionale (Vincenzo Padula, Corrado Alvaro, Francesco Jovine).

Da quel momento, la Carbone’s story non concede un attimo di respiro: la latitanza nei boschi, l’arruolamento nella famigerata banda Ferrigno-Pico, i combattimenti con l’esercito piemontese e la Guardia Nazionale, le rapine, i delitti, lo spericolato sequestro di persona di due possidenti di Nusco (rievocato in una preziosa pubblicazione di Giovanni Marino).

Fino alle due scene-madri finali: il duello tra il vecchio e truce capobanda Pico e il giovane, e più moderato, Carbone, che uccide il rivale e convince tutti gli affiliati ad accettare la resa nelle mani del generale Pallavicini, capo di Stato Maggiore dell’esercito di Vittorio Emanuele II.

E’ il 5 settembre del 1869. Quel giorno Carbone e la sua banda escono dalla storia d’Italia per entrare nella leggenda.

Ad alimentare (se mai ve ne fosse stato bisogno) la curiosità e il fascino sinistro che aleggiava su quei briganti dei Monti Picentini concorsero le stesse fonti ufficiali, di solito tutt’altro che accondiscendenti rispetto a uomini e donne del brigantaggio. Esemplare è una pagina della Cronaca giornaliere delle provincie napoletane dal 1 marzo al 31 dicembre 1869 del De Sterlich: “MONTELLA, Brigantaggio: La comitiva Carbone, forte di 12 uomini, tra cui la brigantessa Antonia Scarano, si è presentata questa mattina, con a capo lo stesso Carbone, nella chiesa parrocchiale di Montella dove ha deposto le armi. Si recava quindi dal signor generale Pallavicini che con quest'altro fatto distruggeva del tutto il brigantaggio nella provincia di Avellino. Non è a dire quanto sia il giubilo di tutti coloro che abitano in quelle contrade. A Montella specialmente la festa, protratta per tutto il giorno, è stata davvero nuova e straordinaria”.

Fin qui il consueto bollettino ufficiale, ma il finale riserva un’inconsueta nota di colore: “Dicono i briganti tutti giovani e belli, con i capelli inanellati, sfoggianti di oro e di gioielli”.

A quella data memorabile risale anche la celebre foto della banda, riproposta nel novembre 1926 da “Il Mattino illustrato”, nel servizio dedicato a L’ultima banda di briganti, e riproposta sulla copertina del libro 1860. L’Irpinia nella crisi dell’unificazione, edito nel 1988 dai “Quaderni irpini”, a cura di Annibale Cogliano, con intervento dello stesso curatore, di Francesco Barra, Federico Biondi, Fiorenzo Iannino e di chi scrive.

Ecco i loro nomi, riportati nella didascalia della foto dal giornale napoletano:

“I componenti della banda erano undici e nella fotografia si seguono in quest’ordine: i primi cinque, accoccolati al suolo, sono: Cieri, di Cassano Irpino, Volpe, di Montella, Riccio, di Campagna, Meloro, di Montella, Napolitano, di Mugnano; i quattro in seconda fila sono: Antonietta Scarano, amante di Pico assassinato tre giorni innanzi da Alfonso Carbone, e accanto a lei, appunto, il capo della banda Alfonso Carbone, che troneggia al centro del gruppo, e al suo fianco De Vito, da Campagna, e Saulino da Montella. Gli ultimi due, alle spalle, sono Vestuto, da Montella, e Palumbo, da Acerno”.

Di questi, tutti evitarono la pena di morte – in base alle trattative condotte con la mediazione di  Scipione Capone, sindaco di Montella e comandante della Guardia nazionale – ma molti, condannati ai lavori forzati a vita, morirono in carcere.

Alfonso Carbone ottenne la grazia dal Re dopo 42 anni di reclusione (anche per l’intervento di personalità autorevoli, tra cui Cesare Lombroso), nel 1912. Il celebre scienziato positivista, nel suo libro più noto, L’uomo delinquente, scriveva di non aver ravvisato nel brigante di Montella i tratti somatici tipici di quelli che oggi, per stare sul terreno cinematografico, sarebbero definiti natural born killers (geneticamente assassini), giungendo anzi a definire il Carbone “un individuo dall’aspetto e dai tratti gentili”.

Tornato a Montella, Alfonso Carbone riprese a fare il pastore, e morì nel 1917.

In quei cinque anni di libertà, commenta “Il Mattino illustrato”, l’ultimo brigante “fu oggetto di curiosità vivissima, da parte di quanti ricordavano, o avevano sentito narrare della sua terribile istoria”.

A nessuno, però, rivelò mai le ragioni che lo avevano indotto alla resa, piegandosi al diktat dei notabili di Montella, che in quanto a tracotanza e controllo del territorio avevano poco da invidiare ai banditi: un’altra pagina di mistero nella storia dell’ultimo brigante.

 

 

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