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    25/06/2024

L’Avellino del liceo Colletta/«De Sanctis era la nostra vita e il nostro orgoglio»

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita6_convitto_colletta.jpgAVELLINO – Riproponiamo la lettura dell’articolo che il professor Dante Della Terza, scomparso all’età di 97 anni il 6 aprile scorso, scrisse per il nostro giornale nel marzo del 2004.

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Ho ritrovato una cartolina di saluti speditami a Boston da Roma il 29 di settembre del 1976. La cartolina risulta illustrata dalla preziosa facciata del liceo Terenzio Mamiani, ma è per me animata dalle affabili e calorose firme irpine che essa contiene. Certo, c'è il nome di mio figlio Giorgio, che si era recato a Roma per qualche tempo, e, accanto, quello di Enzo, figlio di Attilio e Dora Marinari, già distintosi per aver voluto imboccare personalissimi itinerari di studioso di fisica di vero talento, con il consenso dei genitori “letterati”. C'è il nome di Dora, avellinese di tutto punto, ma da me incontrata in anni relativamente recenti dopo le nozze con Attilio e in territorio romano, dove, sia lei che il marito, esercitavano in due licei diversi la loro professione di docenti. Il mio sguardo rimane attratto, e come coinvolto nella ricostruzione del mio proprio passato, dalla scandita emergenza di tre nomi: Eliana, Attilio, Giovanni Barra (tra parentesi si delinea il nome di Anna, figlia di Eliana e di Giovanni, da me non ancora incontrata).

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Eliana Oliva: eravamo compagni al Colletta di Avellino e frequentavamo la stessa "classe mista", sezione A, durante tutto il triennio del liceo. Ricordo alcune sue compagne dalla personalità spiccata ed affabile, Maria Rosaria Boccieri, Vanda Girali, Chiara Genovesi, Maria Di Pietro, Tittina Laudonia e Pina Freda. A volte, negli intervalli e nelle ore di pausa, ci scambiavamo motti scherzosi. Io avevo penato molto a trovare una pensione non cara che mi aiutasse a sopravvivere; invidiavo perciò una compagna che, proveniente da un paese della Baronia (San Sossio, o Castel Baronia), aveva trovato un rifugio accreditato e rispettabile in una pensione di suore. Feci ricorso, con qualche alterazione, ad alcuni versi di Salvatore Di Giacomo con l'intenzione proditoria di segnalare il rifugio in convento come un addio alla vita: Iettaie stu core mio miezo a na strada/E dinto a nu munasterio me chiurette/pena passiuncella sfortunata/Monaca e San Francisco me facette. Anni dopo, ho avuto la ventura di imbattermi in lei a Napoli in una farmacia di piazza Garibaldi. Era lei la farmacista, arguta e ben nutrita, sempre felice di aver trovato ospitalità presso le suore in un momento cruciale della sua prima giovinezza.

Ma perché Eliana? Devo dire che, a liceo finito, io avevo trovato un posto di lavoro presso il convitto Colletta che aveva le stanze di soggiorno nello stesso edificio del liceo. Mi ero intrattenuto lì nel corso dell'estate per poter avere accesso a libri al mio paese irreperibili. Un suggerimento proveniente da Enrico Freda e Angelina Patrone, nostri autorevoli docenti, non più ormai ad Avellino perché trasferitisi ad Ascoli Piceno, mi indirizzava verso la partecipazione ad un concorso nazionale presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, allora diretta da Giovanni Gentile che di Angelina Patrone era stato guida e maestro presso la Sapienza romana. Avessi vinto il concorso, avrei potuto sottrarmi alle remore che una famiglia non agiata, la mia, mi avrebbe imposto; avrei potuto trovare ospitalità nell'edificio pisano di Piazza dei Cavalieri, accanto a compagni di studio assai valenti provenienti da ogni parte d'Italia.

Non mi aveva forse preceduto di un anno il più bravo di noi, Antonio La Penna, entrato per la grande porta nella celebre istituzione pisana? Ma, sarei stato veramente in grado di superare una serie di difficili prove? Di conquistare uno dei pochissimi posti messi a disposizione dei concorrenti?

Eliana, che aveva inteso parlare del concorso che mi accingevo a sostenere, volle in qualche modo incoraggiarmi a non darmi per vinto, ad avere fiducia in me. Mi accompagnò fino all'autobus che mi avrebbe condotto alla stazione ferroviaria di Avellino dalla quale mi sarei mosso per raggiungere Pisa, città da me mai visitata, visto che non mi ero mai spinto oltre Napoli. Eliana stette lì in attesa che l'autobus partisse e mi salutò con un sorriso e con un fraterno cenno di mano.

Dopo quello di Eliana, la cartolina contiene un nome netto e scandito in grafia greca accompagnato da un pensiero, scritto in greco, come per ricordarmi che dello studio della tradizione classica il firmatario, si era fatto, in mesi cruciali, presso di noi fautore. Giovanni Barra, marito di Eliana e padre di Anna, era stato nostro docente di greco, prestigioso e amato, per un tempo non lunghissimo, visto che le circostanze che avevano coinvolto il paese in una guerra assurda e disastrosa, lo avevano obbligato, da soldato, a muoversi continuamente seguendo le iniziative dell'esercito che lo aveva mobilitato.

Lo incontravamo quando tornava ad Avellino in licenza, in uniforme, e una volta, con un sospiro, volle informarmi su quanto, a mia insaputa, gli fossi stato quotidianamente vicino allorché in Africa aveva l'obbligo di scandire il mio nome. Siccome faceva parte della “terza compagnia” di un reggimento doveva, senza risparmio di fiato, scandire il ritornello seguente: Allievo “della Terza”/riprendi il tuo moschetto/tu sei del battaglione/l'allievo più perfetto. E fu così che il “della Terza” convocato alla ribalta, assunse il volto di un suo ex allievo incontrato presso il liceo Colletta di Avellino.

Ma, riguardando indietro nel tempo, Giovanni Barra veniva per me investito di un ruolo obiettivamente significativo. Portava nell'insegnamento liceale il calore e la coscienza di una dottrina impeccabilmente acquisita. La Federico II di Napoli era stata la “sua” università, vicina al suo cuore avellinese e riteneva suo dovere rendersi partecipe e disponibile, fare da ponte tra la dottrina filologica, da lui tecnicamente assorbita, e il senso recondito e proiettivo da essa contenuto, atto a rivelare la bellezza autoriale, non più irraggiungibile e segreta. Giovanni Barra, nel corso degli anni, è stato da tramite tra l’università dove ha assunto ruoli di docente efficace e il liceo a cui ha saputo dare tanta parte di sé!

Non possiedo, mentre scrivo, gli indispensabili strumenti di verifica per far luce sugli itinerari formativi di studiosi che hanno frequentato il liceo Colletta dopo di me. Veramente Gennaro Savarese, valente italianista e futuro cattedratico di riconosciuto prestigio, iniziò con me il liceo Colletta, ma in una sezione diversa dalla mia. Penso che sia legata al suo iniziale tirocinio di docente la formazione di un serinese, Giuseppe Velli, venuto a Pisa in Normale alcuni anni dopo di me. Velli l’ho visto operare brillantemente in università americane, ed è ora cattedratico italianista di prestigio presso l’università di Milano. Studente presso il liceo Colletta, allievo di Savarese e non so se solo ideale di Giovanni Barra, egli ha saputo istradare la propria formazione filologica di classicista verso indirizzi di filologia umanistica e di critica testuale. Studioso di vaglia del Petrarca latino e della cultura umanistica italiana ha sempre trovato l’apprezzamento e l’assenso di un giudice assai severo: Giuseppe Billanovich.

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Rimangono in vista nel cuore della cartolina da me ricevuta le parole che riassumono il senso dell’iniziativa promotrice: “Dai vecchi e dai giovani un caro saluto, Attilio”. Si tratta di Attilio Marinari, allora a Roma preside del liceo Terenzio Mamiani. Da liceo a liceo, il nome di Attilio mi riporta indietro negli anni, quando da Sant’Angelo dei Lombardi eravamo giunti insieme alle soglie del liceo Pietro Colletta. Chi rievocava quel busto messo lì a dare lustro alla scuola, nel giardino d’ingresso, dietro l’austero cancello che distaccava il Colletta dal Corso più suggestivo di Avellino? Quel volto non era di Pietro Colletta, bensì di Francesco De Sanctis, mi diceva Attilio, e la cosa ci era di conforto perché era in grado di stabilire un legame tra il ginnasio “Francesco De Sanctis”, da cui provenivamo, e il liceo che era lì per accoglierci.

De Sanctis era la nostra vita ed il nostro orgoglio, ma Attilio aveva reperito nella biblioteca Capone di Avellino uno scritto giovanile di Benedetto Croce su Luisa Sanfelice, dove si diceva gran bene del Colletta storico e si diminuiva il pregio di coloro che lo avevano discreditato. La valutazione positiva del Croce aveva incontrato il plauso di Alessandro D’Ancona che, parlando dello “storico” Colletta in una cartolina del 28 giugno 1888 scritta da Pisa al Croce, lo aveva definito “veritiero ed aperto”.

Dunque, Colletta, con il plauso di Attilio e mio, porgeva da lontano la mano al nostro De Sanctis. Ma, nel corso dei mesi la strategia di approccio di Attilio alla vicenda quotidiana del nostro apprendistato si andava facendo sempre più lucida e vincolata agli eventi. Avevamo due professori, marito e moglie, Enrico Freda ed Angiolina Patrone, l’uno per l’insegnamento dell’italiano e del latino; l’altra per quello di storia e filosofia. Enrico Freda era un originale e splendido comunicatore: leggeva i testi letterari esplorandone gli itinerari che approdavano in un ammirato pathos di verità e in geniali invenzioni. Era nostro compito svolgere per iscritto temi vertenti o su specifici argomenti letterari o su aspetti della nostra formazione umana contenitrice di una nostra rudimentale visione del mondo. Attilio mi fece accortamente notare che venivano evitati con cura argomenti politici, doverosa prelazione per chi volesse accedere alle priorità imposte dal regime.

Era Freda antifascista? Probabilmente no! ma la sua professionalità, tutta volta al bene dei suoi studenti, era onesta ed impeccabile. Angelina Patrone soleva parlarci con voce dimessa di problemi che aveva affrontato nel corso della sua carriera, con un senso approfondito degli aspetti problematici del conoscere. A noi pareva che una legge allora vigente impedisse alle donne di occupare nei licei la cattedra di filosofia. Il suo caso si rivelava a noi come del tutto eccezionale! Ci faceva leggere in seconda liceo e voleva che capissimo La Critica della ragion pratica di Immanuel Kant e devo dire che il suo approccio così penetrante e filologicamente puntuale mi aiutò a leggere a Pisa con successo, sotto l'egida di Cesare Luporini, l'Estetica trascendentale che è la prima parte della Critica della ragion pura di Kant.

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Le cose però non si fermavano lì. Attilio, stratega del nostro comportamento, riteneva doveroso che noi estendessimo senza preclusioni e senza promuovere artificiose barriere interdisciplinari il nostro interesse alle discipline scientifiche. Capisco per questo la felicità che dovette visitarlo quando si vide davanti, entro le pareti domestiche, il figlio Enzo, fisico di riconosciuto talento destinato ad acquisire fama ben aldilà dei confini accademici del nostro paese. Con noi, Attilio lodava sì i maestri citati – i due Freda e Giovanni Barra – ma dava risalto alla dignità e al prestigio del “fisico” Giovanni De Caprariis, scienziato di lucida mente oltre che uomo coraggioso, sdegnoso di ogni conformismo politico. Veniva da Portici ad impartirci lezioni di chimica e scienze naturali Gilda Paolillo che a Napoli aveva saputo trarre vantaggio dall’insegnamento universitario della dotta signora Bakunin, legata da stretta parentela al grande matematico Renato Caccioppoli. Della Paolillo, Attilio apprezzava la rigorosa dottrina e la verve espositiva.

Sopraggiunge poi nel ricordo un anno in ombra rispetto al biennio in precedente: trasferimento dei professori o coinvolgimento di alcuni di essi nelle estese mobilitazioni dovute alla guerra in corso. Non che mancassero presenze provvisorie di giovani docenti di talento e io ricordo Mario Guerriero, buon latinista della scuola napoletana di Francesco Arnaldi. Guerriero era per me come di famiglia essendo figlio di un operaio elettricista, compagno di lavoro di mio padre e da lui assai stimato. Il punctum dolens erano le vicende che il paese attraversava, le sopraggiunte difficoltà di gestire la scuola in modo autonomo. Le priorità erano ben altre! Alla fine il Colletta e tutte le scuole superiori operanti in Italia dovettero abolire per quell'anno gli esami di maturità e noi passammo il guado in modo surrettizio e con "malinconica allegria" se mi è consentito l'ossimoro.

Attilio si era assunto ora il molo di portavoce dei compagni delusi nelle loro attese. Egli aveva caro uno di essi - Teodoro Troncone - esplicito nelle sue esigenze e senza peli sulla lingua nell'esprimere ogni suo disappunto. Valutatore ameno delle "performance” quotidiane dei suoi compagni interrogati, stringeva insieme le dita della mano per dirci: "È  pucurillo! Da te mi aspettavo di più", o, più solamente metteva pollice ed indice nel taschino della giacca e mormorava, invitandoci alla rassegnazione: "Attilio te metto into ‘o taschino! Attilio è più bravo di te”.

Teodoro ascoltava con curiosità ed interesse, ma si teneva alquanto al margine dei dibattiti sui paradigmi di fede coinvolti nelle lezioni di religione dell'abate Morcone, theologus nullius dogmatis expers, o da frati benedettini solleciti portavoce della scuola teologica abbaziale.

Altra cosa erano le lezioni di cultura militare impartite da un ufficiale del distretto. Teodoro aveva perduto in un incidente di volo un fratello pilota. Il ricordo di lui animava la sua vita ed egli ne parlava come se lo avesse accanto. Imperdonabile gli sembrava perciò che l’esperto culturale della materia, evocando il magistrale  primato raggiunto da un aviatore, il maresciallo Agello, lo chiamasse, ingarbugliandosi, "Agnello". Un altro aspetto dell'avventura scolastica vissuta con qualche esagitata protesta da Teodoro riguardava l'apprendimento della filosofia. Un fratello colto e assennato lo aveva messo in guardia contro la propria indifferenza verso i capitali culturali affrontati in classe negli anni del liceo. Si ricordasse invece che, proprio in terza liceo, sarebbe stato messo a confronto col più affascinante degli argomenti: la filosofia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Quando giunse il momento della verità, il docente di turno, come preoccupato della vastità del programma da svolgere, si mantenne sulle generali e non volle fermarsi sul pensiero di Hegel più di tanto. Scrisse con mano febbrile alla lavagna i paradigmi della dialettica hegeliana: tesi, antitesi, sintesi e tutto finì lì. Ma quanto della tesi approdasse nell’antitesi e quale parte di essa venisse emarginata ed espunta, quanto della dinamica dei due strati precedenti venisse legittimato nella sintesi, rimaneva aperto a dibattito.

Sarebbe stata questa, in fondo, la strada percorsa dalla problematica crociane e dal controverso discorso di Croce relato alla dialettica dei distinti e a quella degli opposti. Teodoro non argomentava ma rimaneva deluso dal silenzio che lasciava nel mistero le tre parole tracciate alla lavagna. Attilio, con l’arguzia consueta, trasferì su un altro piano il disappunto dell’amico. La preoccupazione di affrontare un programma oblungo e di portarlo a termine entro l’anno accademico sembrava curiosamente rispecchiare un dinamismo sollecito, come da parata, che forniva ragguagli sulla cadenza accelerata assunta di prammatica dal giovane docente nel percorrere la strada da casa a scuola, lasciandosi dietro in affanno chiunque volesse confabulare con lui. La fretta nel cammino quotidiano diventava metafora di apertura verso paradigmi di pensiero troppo veloci e scorciati per diventare plausibile. “Professore – chiese Attilio compunto alzando come di prammatica l’indice della mano destra – perché voi quando camminate scappate sempre?”.

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Attilio aveva visto giusto quando mi aveva invitato  a dare il dovuto rilievo ai docenti di materie scientifiche che ad esse dedicavano, per nostro usufrutto, il loro costruttivo impegno didattico.  Si trattava però anche di non trascurare quei nostri compagni che, testimoni non adempienti delle priorità letterarie pertinenti ad ogni valido liceo classico, proiettavano nel loro futuro interessi diversi che avrebbero impegnato la loro vita in una carriera non ancora formulata.

Un caso a sé era rappresentato da Antonio Maccanico. Studente di alto rango per i precoci agganci storicistici della sua militanza culturale, si preparava, come me, ad affrontare il concorso pisano, ma nel settore giuridico. Ho seguito da vicino il suo esordio pisano: i suoi impegni nei tracciati del diritto amministrativo si accompagnavano all’esplorazione pertinente di settori etico-politici: ad un senso moderno dello Stato che lo ha guidato nella sua carriera di esperto politologo, tra i più apprezzati nell’Italia democratica.

Vorrei però citare, anche, tre compagni del Colletta affettuosamente frequentati sia da me che da Attilio Marinari.

1) Gigino Achilli

Me lo vidi davanti ad Avellino anni addietro in smagliante uniforme generalizia, ma mi abbracciò lo stesso con amena sincerità, senza nemmeno chiedermi se fossi mai andato aldilà del grado di semplice soldato. Gli ricordai, per ricambiarlo, un episodio fulmineo della nostra amicizia passata. Eravamo seduti l’uno accanto all’altro in seconda liceo. Come a registrare una felice e non prevista intuizione che lo aveva improvvisamente visitato, il nostro maestro, Enrico Freda, aveva colpito con la mano destra la propria fronte spaziosa. Lui, Gigino, con tono più stupito che irriverente, mi aveva mormorato nell’orecchio: “Guarda che capa tene. Me pare ‘a sagliuta ‘e Monteforte!”.

2) Giacomino Ruggieri

Mi hanno detto ad Avellino che è diventato analista assai apprezzato e medico di rango. Sono tentato di rievocarne la presenza liceale risalendo a due episodi. Giacomino era tifoso delle squadre di calcio che operavano nel territorio avellinese. In una di queste si esibiva in un non so quale ruolo un giuocatore  che veniva da una zona di periferia detta “la Valle”. “Macinello” – tale era il nome o il soprannome del calciatore – non giuocava affatto male, ma svolgeva una seconda attività come “cestista” e la pallacanestro era la sua vocazione prioritaria. Accadeva che mentre giocava al calcio, improvvisamente, mutando tecnica, afferrasse il pallone tra le braccia e, stringendolo al seno, si mettesse a correre a spron battuto verso la porta avversaria. Si può solo immaginare lo sconcerto dei suoi compagni, la collera dei tifosi e il divertimento di Giaocomino!

Il secondo episodio mi riguarda mi riguarda direttamente. Giacomino si era assunto il compito di tenere aggiornati i registri delle lezioni, trascrivendone, per incarico dei professori, i titoli e gli argomenti. Essendo stato assente per più giorni, decisi di recarmi in casa di Giacomino per compulsare i registri delle lezioni. Per non so quale equivoco la cameriera di casa Ruggieri mi accompagnò imperterrita nello studio dell’avvocato, il padre di Giacomino, che aspettava un cliente che doveva venire per la prima volta a consultarlo. La confusione fu totale! Più l’avvocato si adirava ritenendo che non sapessi neppure balbettargli la verità sulle mie malefatte, meno mi era dato capire quello che stesse accadendo. Quando affiorò la mia buona fede, la cameriera mi guidò, sconcertata, verso la porta giusta e Giacomino mi assicurò che, al momento dovuto, avrebbe calmato l’ira funesta del padre a cui avevo fatto perdere un tempo prezioso.

3) Franco Rossi

Franco era venuto dal ginnasio De Sanctis di Sant’Angelo con La Penna, con Marinari e con me, e aveva assunto un ruolo efficace, ma mai ostentato, partecipe dei nostri impegni quotidiani presso il liceo Colletta di Avellino. La sua personalità doveva poi rivelarsi nella sua interezza più tardi nel contesto universitario quando, avvicinatosi al magistero giuridico di Alfredo Bartolomei, imboccò la strada che lo avrebbe portato ai più alti gradi della magistratura di Cassazione. Ora Franco, ospite dei suoi cugini, da amico altruista ci teneva a che li frequentassimo e desumessimo dallo loro esperienza gli aspetti più umani della città che ci ospitava.

Ada Rossi faceva parte della nostra sezione liceale ed era di un anno davanti a noi. Aveva garbo ed eleganza e un’intelligenza fervida vincolata agli eventi che stavamo attraversando. Mi aveva subito detto che Enrico Freda, nostro comune maestro, soleva leggere nella classe a cui lei apparteneva compiti scritti da noi della classe accanto. A lei erano piaciute alcune mie battute e riteneva che valesse la pena discuterne, superando le consuete barriere che imponevano ad ognuno di impicciarsi soltanto dei propri affari. Il fratello di lei, Pinuccio, futuro funzionario prefettizio di alto rango, amava segnalare a nostro vantaggio fatti che concedevano un ruolo storico assai assertivo al passato del liceo Colletta.

Oggetto del suo più vivo interesse era il comportamento da lui ritenuto memorabile di un coraggioso preside antifascista, di nome De Lorenzis. Pinuccio Rossi aveva idee politiche esplicite e chiare, ma non era il solo ad averne. Noi uscivamo a passeggiare lungo il Corso e sotto i platani con Attilio e Antonio Maccanico, Giovanni Barra e Placella, Mario Urciuoli e Alfonso Palladino e nello sfondo delle nostre argomentazioni c’erano i grandi nomi del pensiero politico meridionale, da Guido Dorso a Carlo Muscetta.

Qual è stato il destino intellettuale di Attilio? Da Pisa, dove ci eravamo recati, lo sapemmo appassionato gestore d’una sua vocazione di lettore di testi classici, legato, da latinista, alla dottrina di Francesco Arnaldi. Ma sollecitazioni autorevoli provenienti da Carlo Muscetta lo guidarono verso un’esperienza assai produttiva che, da italianista, lo portò ad occuparsi con verve e dottrina espositiva di Emilio Praga e della Scapigliatura, dello scritto Calabria prima e dopo l’Unità del calabro Vincenzo Padula e a lavorare da critico testuale ed editore-critico impeccabilmente attrezzato sui testi giovanili e su quelli dell’età matura di Francesco De Sanctis.

La lontananza geografica non ha mai diviso i nostri cuori. Lui ed io ci siamo sempre sentiti tra noi uniti, vicini alla nostra patria irpina, vicini all’Avellino del liceo Colletta che è parte feconda del nostro passato.

 

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