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    29/02/2024

A Visioni l’epopea familiare di Alcarràs

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_visioni23.jpgAVELLINO – Vincitore dell’Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino 2022, questa pellicola della regista catalana Carla Simón ha il grande merito di farci riflettere su alcune transizioni inarrestabili della nostra epoca, ma contemporaneamente solleva degli interrogativi sul cinema come forma d’arte/spettacolo.

La storia è quella di una famiglia contadina, i Solè, che, grazie a un patto non scritto fra il vecchio Rogelio e l’ormai scomparso capofamiglia dei Pinyol, sopravvivono del lavoro nei campi di quest’ultimo. Ma i tempi sono cambiati da quando bastava una stretta di mano e la fiducia reciproca per siglare un accordo: Pinyol, proprietario terriero costretto a nascondersi durante la guerra civile spagnola, ricompensava con i frutti del suo pescheto l’aiuto ricevuto dal povero bracciante, che lo aveva nascosto alle rappresaglie. Oggi la sua famiglia, lavorando in collaborazione fra grandi e piccoli, ha raggiunto un certo benessere, coltivando e irrigando quell’oasi di verde in mezzo a un paesaggio arido, su cui, a parte le inondazioni dovute ai cambiamenti climatici, batte un sole implacabile.

Ed è proprio il progetto di sfruttarne l’energia che spinge i giovani eredi Pujol a voler vendere i campi per installare al loro posto una serie di pannelli solari. La mancanza di un documento che certifichi la proprietà dei Solè li costringerà ad abbandonare la terra e la casa, non senza aver prima completato il raccolto di quell’ultima estate, soffrendo anche le divisioni che quest’esito definitivo ha provocato in famiglia.

La scena finale dei contadini che, ammutoliti e impotenti, assistono alla distruzione di quegli alberi che avevano fatto crescere contando sulla loro immutabilità è di forte impatto visivo e ideologico: ad essere immobilizzati sono adesso gli uomini, mentre le piante si spostano, contro la loro volontà, da dove sono radicate verso un altrove che di loro non ha più bisogno. D’altronde si sono rivelate sempre più insufficienti a sostenere i bisogni di chi le cura con continui sacrifici e fatica: le manifestazioni dei contadini, che schiacciano con i loro trattori i frutti della terra di fronte a quei negozi della grande distribuzione che glieli paga quattro centesimi, sono un’altra evidenza del brutale, irreversibile, cambiamento dei tempi.

Alcarràs non è solamente un’opera pedagogica, ma mostra anche un uso sapiente dei chiaroscuri nell’alternanza dei giorni assolati e delle notti buie, dei giochi leali dei bambini e dei comportamenti equivoci degli adulti, della fedeltà ai codici della tradizione e dell’insofferenza dei giovani che cercano in maniera anche confusa di ribellarsi ad essi, dello splendore dei frutti maturi e delle minacce sempre in agguato di chi cerca di annientarli (forze della natura, conigli compresi, o capitalismo immorale)...

Film riuscito, dunque? No, e qui torniamo a quel contrasto fra bontà degli intenti e realizzazione degli stessi in un oggetto artistico che, a mio parere, deve saper pur rispettare le aspettative del pubblico, che va al cinema anche per partecipare a uno spettacolo. Voglio dire che, se in un saggio accademico o in un reportage giornalistico sui cambiamenti economici e lavorativi, ci si aspetta un uso esemplare e didattico del testo, al cinema bisogna saper adeguare il ritmo, le pause, l’alternanza di serio e comico, la ripetitività e il fenomenico, a quello che si attende guardando un film.

All’uscita dalle rassegne cinematografiche, pur benemerite per portare nelle sale opere senza una capillare circolazione, si vorrebbe non dover riconoscere che all’impegno dell’autore, ahimé, si accompagna troppe volte la prolissità e la noia.

 

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