AVELLINO – È uscito di recente il libro "Il riflesso degli eroi", di cui sono coautori il generale dei carabinieri Andrea Rispoli, il prof. Vincenzo Cuomo ed il capitano Marco Catizone, che rappresenta una serie di storie di carabinieri caduti in servizio o autori di azioni valorose, decorati con le massime onorificenze, in diverse circostanze e periodi storici, accomunati dalla medesima origine meridionale.
Uno dei tre autori, il generale di corpo d'armata Andrea Rispoli, simpaticamente noto in Irpinia, è stato nei primi anni 2000 comandante provinciale dei carabinieri di Avellino, poi nel penultimo incarico comandante dell'Interregionale Ogaden di Napoli – con competenza sulla Campania, Basilicata, Abruzzi, Puglia e Molise – ed è attualmente comandante generale del Cufa (Unità carabinieri ex forestali, tutela ambientale ed agroalimentare).
La rievocazione di questi uomini in uniforme al servizio della nazione, in molti casi fino all'estremo sacrificio, si articola in una interessante panoramica di episodi più e meno famosi, in cui emergono sullo sfondo momenti e scenari della storia italiana, che in parte si identifica con quella dell'Arma dei Carabinieri, calata in una varietà di fattispecie, fatti storici e profili soggettivi. Anche attraverso questa lettura risalta lo spirito identitario e solidarista dell'Arma dei Carabinieri, giustamente attenta ad onorare la memoria dei propri tanti caduti, configurandosi come una delle più leali istituzioni dello Stato nella sua più ampia accezione di Stato-comunità.
La forma, al tempo stesso descrittiva e documentaria, risulta gradevole senza però debordare nella agiografia della retorica ma piuttosto sviluppa la narrazione con obiettività e sobrietà mentre l'opera viene arricchita dall'inserimento di immagini e documenti d'epoca.
Il volume inizia con lo sbarco a Napoli, nell'ottobre 1860, poco dopo l'ingresso del generale Giuseppe Garibaldi alla testa dei Mille, di un primo contingente di Carabinieri Reali – corpo istituito nel 1814 dalla monarchia piemontese – comandato dal generale Trofimo Arnulfi, per la tutela dell'ordine pubblico nella piazza partenopea dopo la dissoluzione del Regno borbonico e della gendarmeria con la costituzione del "Corpo dei carabinieri meridionali", a breve destinato ad integrarsi nella organizzazione nazionale dell'Arma.
Nel 1861 il Corpo di origine sabauda si accaserma su tutto il territorio, assumendo il rango più importante di Arma dell'Esercito, con una articolazione multilivello basata sul modello di tredici legioni territoriali, divisioni/comandi provinciali, compagnie e luogotenenze (comandi intermedi) e stazioni, strutturandosi in modo uniforme anche nelle regioni dell'Italia meridionale annesse al nuovo Regno, a presidio e simbolo della nuova statualità italiana nel processo di unificazione.
Connotato tradizionale dell'Arma, con cui essa si caratterizza sin dall'inizio nel Regno di Sardegna e poi in tutta l'Italia, è la capillarità di radicamento costituita dalla disseminazione delle stazioni – comandate dalla familiare figura del maresciallo – su tutto il territorio. Questa perdurante caratteristica oggi viene a coniugarsi con i sempre più vasti e diversi compiti attribuiti – in coordinamento con le altre forze di polizia – nei più svariati impegni: da quelli basilari e tradizionali di polizia giudiziaria, militare e di ordine pubblico alle missioni internazionali; dalle investigazioni di polizia scientifica alle sempre più attuali funzioni di tutela ambientale, forestale, agro-alimentare; dalla tutela sanitaria a quella del patrimonio storico-artistico.
Dopo il 1861 i carabinieri fronteggiano nelle regioni meridionali il diffuso ed agguerrito fenomeno del brigantaggio che, dopo una iniziale caratterizzazione filoborbonica e controrivoluzionaria, si trasforma in un vero e proprio banditismo, capace di azioni violente e feroci sulle popolazioni delle aree interne e rurali. Nell'azione di contrasto da parte di forze militari e poliziesche emerge in Abruzzo, tra i carabinieri più ardimentosi, la quasi leggendaria figura di Chiaffredo Bergia, impegnato in numerose operazioni di polizia e conflitti a fuoco nel corso di una brillante carriera coronata dal conferimento di alta decorazione.
Viene poi rievocato dagli autori l'incisivo contributo arrecato dall'Arma dei carabinieri, che è innanzitutto un corpo militare, nelle varie campagne belliche d'Italia, dalla Prima guerra mondiale, in cui i carabinieri sono efficacemente impegnati - conseguendo la prima medaglia d'oro alla bandiera - alla guerra coloniale etiopica con i suoi valorosi caduti.
Rimane impressa l'eroica vicenda dell'ufficiale ercolanese Dante Iovino, nella disgraziata campagna di Russia, catturato ed internato dai sovietici per oltre dieci anni, simbolo integerrimo di resistenza alla prigionia ed alle sofferenze, sino alla liberazione nel 1954 con l'onore delle armi reso dai carcerieri e la ripresa in servizio nell'Arma ma purtroppo prematuramente scomparso. La motivazione della medaglia d'oro al valor militare così recita: "...si può anche essere vinti materialmente, ma restare imbattuti, anzi vittoriosi nel campo dell'onore".
Dopo l'8 settembre 1943, con la drammatica frattura del Paese tra la Repubblica Sociale al Nord sotto l'egida dei tedeschi ed il Regno del Sud sostenuto dagli Alleati, si determinava una angosciante situazione di confusione e sbandamento. Tuttavia mentre le forze armate venivano lasciate a se stesse e prive di disposizioni da parte dei comandi superiori – in una situazione rischiosa e penosissima – invece il comandante generale dei carabinieri ordinava ai suoi circa 80.000 militari di rimanere al loro posto continuando l'attività di servizio. L'Arma, da sempre legata fiduciariamente alle istituzioni monarchiche, ha rappresentato anche in quel drammatico periodo un utile ed almeno parziale presidio a difesa della popolazione civile, soprattutto durante il duro periodo di occupazione tedesca, concorrendo alla Resistenza partigiana con un tributo altissimo di vite umane.
Un paragrafo significativo è dedicato alla valorosa resistenza svolta dai carabinieri nella città di Napoli nel settembre 1943 – culminata nelle "quattro giornate" (di cui si sta per celebrare l'ottantennale) – in cui si colloca anche lo spietato eccidio di Teverola (Caserta) di ben quattordici carabinieri in servizio presso la stazione di "Napoli-Porto", come vendetta per aver validamente respinto il primo attacco delle truppe germaniche alla caserma Pastrengo di piazza Carità ed allo strategico Palazzo dei telefoni di via De Pretiis. Tra i carabinieri immolatisi a Teverola si contano ben cinque irpini: l'appuntato Emilio Ammaturo di Contrada, trucidato a 41 anni; il carabiniere Ciro Alvino di Avellino a 30; i carabinieri ausiliari Giuseppe Covino di Roccabascerana, Michele Covino di San Martino Valle Caudina e Giuseppe Pagliuca di Montefalcione, trucidati rispettivamente a 28, 21 e 31 anni.
L'indiscusso eroe nella storia dell'Arma è certamente il vicebrigadiere napoletano Salvo D'Acquisto, che - per salvare dalla fucilazione ventidue ostaggi civili - si autoaccusò di un attentato che non aveva commesso, immolandosi alla furia nazista nel settembre 1943 presso Palidoro (Torrimpietra) ed è oggi seppellito nella basilica di Santa Chiara a Napoli in odore di santità.
Tra le vicende più agghiaccianti della Seconda guerra mondiale si rammemora la strage da parte delle truppe tedesche dei militari italiani della "Divisione Acqui", sorpresi dall'armistizio del settembre '43 nell'isola greca ed esposti alla cieca vendetta germanica, con il sacrificio tra gli altri del sottotenente dei carabinieri Petruccelli.
Il volume ricorda alcune figure di carabinieri rimasti uccisi in fatti di terrorismo politico nella stagione degli "anni di piombo" (consumatasi in Italia tra gli anni '70 e metà '80), rievocando la strage di Peteano a Gorizia del 1973, in cui caddero tre militari, attirati nella trappola di un'auto-bomba. Ed ancora il sacrificio dell'appuntato Giovanni D'Alfonso, ferito a morte nello scontro ad Acqui Terme con un gruppo di brigatisti rossi nel giugno 1975, presso un cascinale in cui era tenuto sequestrato un industriale piemontese.
Un altro capitolo celebra i molti carabinieri rimasti frequentemente vittime negli ultimi decenni – come anche poliziotti e magistrati – nella travagliata lotta alla criminalità organizzata ed alle mafie, tra cui il valente capitano Emanuele Basile, comandante della compagnia di Monreale in provincia di Palermo – capace investigatore operante in un territorio a forte presenza mafiosa – barbaramente assassinato, o in Calabria il comandante della stazione di San Luca (Reggio Calabria) Carmine Tripodi ucciso dalla 'ndrangheta in un agguato.
È ancora aperta nella memoria dell'opinione pubblica la lancinante ferita dei dodici carabinieri caduti, assieme ad altro personale civile e militare, nel tragico assalto alla base italiana di Nassiriya nel 2005 in Iraq, impegnati nella missione internazionale "Antica Babilonia" per il ripristino di condizioni di sicurezza e legalità ed a sollievo di quella martoriata popolazione.
L'ultimo capitolo è invece rivolto alla commemorazione dei meno noti ma non meno meritevoli "eroi del quotidiano", cioè a quei numerosi carabinieri caduti in operazioni di polizia, talvolta anche in modalità accidentali e banalmente impreviste ma nella sempre preziosa attività di pattugliamento per il controllo del territorio. Tra essi Luciano Pignatelli e Carmelo Ganci uccisi in uno scontro a fuoco con malviventi a Castelmorrone nel Casertano nel 1987; Cosimo Miccoli caduto nel 1987 nel tentativo di contrastare una rapina al casello autostradale di Pomigliano d'Arco o il carabiniere Antonio Santarelli, inaspettatamente massacrato nell’aprile 2011 nella tranquilla provincia di Grosseto dalla violenza di quattro giovanissimi alcolizzati e drogati, fermati dopo un rave party.
Il libro di Cuomo, Rispoli e Catizone si chiude con una galleria di fotografie dei "volti degli eroi", scelti non per importanza – i caduti in servizio sono molti di più di quelli descritti e tutti importanti – ma secondo un criterio storico e territoriale, costituendo solo una simbolica rappresentanza di una più ampia platea di carabinieri, caduti gloriosamente nell'adempimento del dovere e nella fedeltà al giuramento ed alla bandiera. Alla memoria di questi eroi si potrebbe aggiungere, senza però mai sovrapporsi ma solo arricchendo la preziosa molteplicità delle fattispecie, il doveroso ricordo di tanti altri servitori delle istituzioni, egualmente meritevoli di menzione.
Volendo allargare l'elenco dei valorosi anche la provincia di Avellino, che ha sempre espresso un notevole numero di arruolati nelle forze dell'ordine – agenti e carabinieri fino ai gradi più alti – annovera una serie di militi caduti in servizio, con onore ed abnegazione, sullo stesso territorio irpino o in altre province del Paese. Oltre ai già citati cinque "martiri" di origine irpina, massacrati nell'eccidio nazista di Teverola, durante la Seconda guerra mondiale, si possono citare il carabiniere montellese Filippo Bonavitacola, morto partigiano in Slovacchia nel 1944 o il capitano Raffaele Aversa, di formazione avellinese, che - per ordine del re - arrestò Benito Mussolini a Villa Savoia il 26 luglio 1945 (dopo la destituzione da capo del governo a seguito del Gran consiglio del fascismo) poi partigiano, catturato e seviziato dalle SS e tra le vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel secondo dopoguerra le forze dell'ordine irpine, ed in particolare i carabinieri, si dovettero a lungo occupare delle gesta criminali di un pericoloso e quasi imprendibile capobanda volturarese Vito Nardiello, il cd. "Giuliano d'Irpinia" – autore di numerosi omicidi, rapine stradali e grassazioni – fino alla definitiva cattura del superlatitante nel 1963, dopo la prima evasione dal carcere di Avellino. Nel corso di questa caccia al bandito ricercatissimo perse la vita il giovane carabiniere Raffaele Sorbo in servizio presso la stazione di Volturara Irpina, abbattuto a raffiche di mitra la notte del 27 febbraio 1952 dal "lupo del Malepasso" nel fallito tentativo di catturarlo.
All'indomani del terremoto del 1980, con l'ingente flusso di denaro pubblico destinato alla ricostruzione, l'Irpinia subiva un insidioso e pesante tentativo di infiltrazione da parte della camorra, soprattutto "cutoliana", nel tessuto socio-economico-amministrativo, poi efficacemente respinto dalla risposta repressiva delle forze dell'ordine e della magistratura. In questo difficile contesto si ricorda il giovane carabiniere campobassano Elio Di Mella, freddato il 7 ottobre 1982 presso il casello autostradale di Avellino Est nel coraggioso tentativo di resistere ad un agguato della camorra finalizzato a liberare un pericoloso detenuto "cutoliano", in trasferimento dal carcere di Campobasso a quello di Avellino dove avrebbe dovuto deporre.
Non può non rievocarsi la figura più famosa nella lotta alla mafia ed al terrorismo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, trucidato in un violento agguato la sera del 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini nel capoluogo siciliano, assieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro ed all’autista Domenico Russo, nel tragitto dalla prefettura alla residenza di servizio. Il generale-prefetto, pur di origine settentrionale (tra il Piemonte e Parma), coltivava un significativo rapporto con la provincia di Avellino, di cui era originaria la prima moglie e dove trascorreva periodi di relax nella sua villa nelle campagne dai Prata Principato Ultra. Peraltro egli vi consumò alcuni giorni di riposo proprio alla fine del mese di agosto 1982, probabilmente segnati dalle tensioni derivanti dalle difficoltà del suo incarico di prefetto di Palermo, prima di rientrare nel capoluogo siciliano dove trovò la morte la sera del 3 settembre.
L'elenco dei valorosi caduti e decorati potrebbe proseguire all'infinito, le menzioni potrebbero sembrare rituali ma invece stimolano nel lettore attento una riflessione profonda sul significato infungibile di tante concrete testimonianze di altruismo e senso del dovere, facendo comprendere quanto esse abbiano concorso alla conservazione del bene della sicurezza della società, troppo spesso messo a rischio da insidie ed atti criminali. "Il riflesso degli eroi" trasmette al pubblico un chiaro messaggio di valore civile, che ci si augura possa essere utile a sostanziare, anche con la prospettazione di mirabili esempi, l'orizzonte delle motivazioni e degli ideali di cui deve nutrirsi la nostra società. In definitiva i sentimenti di storia e memoria – che animano gli autori – non sono autoreferenziali ma, risultano invece utili a sottrarre al rischio dell'oblio frammenti preziosi di esistenze che hanno contribuito a migliorare il senso della convivenza sociale.
La trama reale dello svolgimento storico non è mossa solo dall'azione dei protagonisti visibili ma, anche o soprattutto, dai molti "gregari" meno famosi ma altrettanto importanti, e cioè a quei segmenti di azione tenace ed invisibile che servono a costruire un disegno di responsabilità attraverso la veicolazione di profili valoriali e testimonianze di etica pubblica. Sono questi i "riflessi degli eroi", con i loro esempi virtuosi di impegno civile per la giustizia e legalità, di cui abbiamo assoluto bisogno per provare a rianimare un orizzonte culturale e morale che talvolta appare esausto e devitalizzato.




