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    24/06/2024

Cultura e mecenatismo nell’Avellino dei Caracciolo

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b_300_220_15593462_0___images_stories_cultura_mecenatismo.jpgFu con Marino II Caracciolo, gran cancelliere del Regno, generale dei Catafratti (cavalleria pesante), cavaliere dell’ordine del Toson d’oro, che Avellino visse il periodo aureo, soprattutto dal punto di vista urbanistico, con la realizzazione di opere di grande impegno architettonico che ne modificarono, attraverso un efficiente rinnovamento edilizio, l’aspetto e la struttura. La città fu ampliata con la costruzione di un più moderno sistema stradale, di nuove mura delimitate da due porte, porta Napoli e porta Puglia, all’interno delle quali furono inclusi i sobborghi – quello della Ferriera, del Carmine, di Sant’Antonio abate, delle Fornelle – che ospitavano la parte più consistente della popolazione.

La corte di Avellino, che ebbe nei Caracciolo i Medici, gli Este, i Gonzaga, i Montefeltro di casa nostra, non solo era la prima delle quattro case reputate le più ricche del Regno (le altre tre erano quelle dei Gesualdo principi di Venosa, dei Ruffo principi di Scilla e dei Colonna principi di Castiglione), ma divenne anche punto di riferimento per l’Italia meridionale per una politica culturale aperta e lungimirante, ispirata ad un mecenatismo non di facciata ma volto al miglioramento della «qualità della vita» in un contesto sociale in cui ancora forti erano le distanze tra il «palazzo» del potere e la vita quotidiana dei cittadini.

Vi fiorì l’Accademia dei Dogliosi – tra i cui membri figuravano letterati quali Giambattista Basile e Maiolino Bisaccioni, Giambattista Manso marchese di Villa, signore di Panca e di Bisaccia, il marchese Giovanfrancesco Antonio Amoretti conte del Sacro Romano Impero, il marchese Giambattista Montalbano, Giovanni Andrea Riccardi barone di Curzano, Corso Piccoli, Pompeo Minali barone di Bellizzi, Gabriele Zinani, Pietro Severino, il vescovo di Avellino Bartolomeo Giustiniani, il segretario e uomo di fiducia del principe Pietro Venerosi, Giambattista Comentati, Scipione Magnacervo barone di Candida, Giovanni Vincenzo de Porcari, Ferrante Festa – ispirata e promossa già da Camillo Caracciolo e, alla sua morte, protetta ed ospitata nelle sale del castello dal figlio e successore Marino «signore tanto dotto ed amico dei virtuosi che anche il suo barbiere, Giambattista Bergazzano, fu poeta».

I poeti dedicavano carmi e poemi ai loro protettori e mecenati. Giambattista Basile, il celebre autore de Lo cunto de’ li cunti o Pentamerone, compose in onore dei Caracciolo l’Aretusa – un idillio scritto nel 1619 durante il suo soggiorno avellinese – e il Principe galante e collaborò all’allestimento e alla rappresentazione nel grande salone del castello di favole e di commedie come la Calandria del Bibbiena e la Circe di Giambattista Gelli. In cambio dei suoi servigi ebbe vari  incarichi tra cui quello di governatore feudale di Montemarano, Zungoli, Avellino e conte di Torone, una contrada in territorio di Mercogliano.

Cosimo o Cosma Fanzago, architetto, scultore, studioso di urbanistica, originario di Clusone, piccolo centro del Bergamasco in Val Seriana, oltre che a Napoli, dove fu molto attivo, operò ad Avellino realizzando, su commissione dei Caracciolo, la fontana di Bellerefonte, la torre dell’Orologio, il bassorilievo della chiesa del Carmine (dove sono raffigurati in atto di preghiera lo stesso Marino II e il fratello Marzio); restaurò, poi, la Dogana e arricchì il duomo con la realizzazione dell’altare principale. L’opera più famosa, però, rimane l’obelisco al re di bronzo, vale a dire Carlo II d’Asburgo, ribattezzato dal popolino con il nomignolo di Carlucciello, su cui, peraltro, è conservata una sua rara immagine molto simile a quella che si trova a Napoli sulla guglia di San Gennaro, in via dei Tribunali.

Famose in tutto il regno diventarono le feste che, in un clima di sfarzosa mondanità, si davano nel castello principesco e alle quali prendevano parte – così come accadeva per le battute di caccia che si svolgevano nel lussureggiante parco, una vera e propria delizia per gli occhi, un’attrattiva considerata da molti, come ebbe a sottolineare il principe di Sant’Angelo dei Lombardi, il patrizio genovese Gian Vincenzo Imperiale, una delle meraviglie del reame – non solo il fior fiore della nobiltà locale come i De Conciliis baroni di Torchiati, gli Arminio baroni di Picarelli, gli Amoretti baroni di Pianodardine, i Minardi e i Balsorano baroni di Bellizzi, ma anche i rappresentanti di illustri casati che erano nella cerchia dei principi avellinesi come il conte Pompeo Marsili Colonna marchese di Montalbano e il principe di Macedonia e duca di Tessaglia Angelo Flavio Comneno dalla cui famiglia, in difficoltà da punto di vista economico, Marino aveva ricevuto nel 1623 l’Ordine costantiniano di San Giorgio che passerà prima ai Farnese di Parma e Piacenza, poi ai Borbone delle Due Sicilie.

Come ricorda Benedetto Croce in Uomini e cose della vecchia Napoli, il duca di Airola, don Ferrante, della stessa famiglia Caracciolo, «signore di molto spirito e di elevato ingegno», ebbe a dire, in occasione di una di queste veglie, protrattasi tra canti, danze, balli e spettacoli musicali fino a notte inoltrata, che «la corte di Avellino poteva ben essere emulata ma non superata dalle regie».

E questo grazie all’opera instancabile della bella e giovanissima consorte del principe Marino II, Francesca Maria d’Avalos d’Aragona, figlia di Inigo marchese del Vasto e di Pescara, che si avvalse nell’organizzazione della vita di corte, oltre che dell’opera e dell’impegno del poeta Giambattista Basile, dell’esperienza e dell’ingegno del conte Maiolino Bisaccioni.

Era costui un nobile ferrarese dalla vita libertina, ricca di viaggi, avventure, duelli, liti – famose quelle con Fulvio Testi  e Alessandro Tassoni  che lo fece chiudere in carcere – destinato, con le sue prestazioni di abile diplomatico, uomo di legge nonché letterato colto e finissimo, ad incarnare uno degli esempi più illuminati di come l’intellettuale che operava presso le corti italiane del Seicento avesse ormai abbandonato la sua condizione di cortigiano per svolgere quella di segretario e consigliere del principe, interprete attento e esecutore fedele della sua volontà, capace di diffondere un’immagine positiva delle sue scelte e del suo operato. Un nuovo modo, insomma, di esercitare la professione di intellettuale e di letterato, rapportandosi col potere politico ed economico in termini più spregiudicati e soprattutto redditizi, sulla scia della strada indicata da Giovan Francesco Loredano fondatore, a Venezia, dell’Accademia degli Incogniti di cui fecero parte, oltre al Basile e al Bisaccioni, gli spiriti più bizzarri e anticonformisti del tempo quali furono Girolamo Brusoni, Giovan Francesco Biondi, Ferrante Pallavicino, Francesco Pona, Francesco Buoninsegni, Ansaldo Cebà, Ciro di Pers.

In un capitolo de L’albergo, Bisaccioni, nominato, per le benemerenze acquisite, soprintendente ai beni del principe, governatore di Avellino e barone della terra le Bellezze, poi denominata Bellizzi, descrive i trattenimenti e le feste, ormai famosi in tutto il Regno, che egli, in qualità di maestro e cerimoniere di corte, organizzava nel castello di Avellino nel corso di veglie che si protraevano per intere nottate e durante le quali venivano eseguiti i balli più di moda a quel tempo come la carola, il lioncello, la gagliarda, il tortiglione, il ballo del piantone, la danza del re, la danza peregrina, la ridda, la tresca o trescone, il ballo tondo, oltre quelli cosiddetti di etichetta quali il brando, la corrente e il passo e mezzo, la barriera, il canario, l’allemanda.

Molto amati dagli ospiti – tra cui figuravano, oltre a prelati, intellettuali, professionisti, i rappresentanti della nobiltà locale quelli di casati amici come i Colonna, i Comneno, i Manso, i Gambacorta – anche i balletti, un misto di poesie recitate e di musica, importati dalla Francia e allora molto di moda. Tra i più richiesti c’era il Ballo delle ingrate con testi del librettista fiorentino Ottavio Rinuccini e musica del compositore cremonese Claudio Monteverdi, maestro di cappella presso la chiesa di San Marco a Venezia, molto attivo presso la corte dei Gonzaga dove, nel 1608, avvenne la prima rappresentazione in occasione delle nozze dell’erede al trono ducale Francesco IV con Margherita di Savoia.

 

 

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