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    30/04/2026

Ariano: dopo la rivolta in carcere il sindacato invoca fermezza contro i violenti

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Irpinia7_arian_carcere.jpgAVELLINO – Dopo la nottata di follia vissuta nel carcere di Ariano Irpino è il momento dei bilanci e delle proteste. “Ancora una volta, follia e violenza nel carcere di Ariano Irpino per la folle protesta di un gruppo di detenuti e il personale della polizia penitenziaria che aderisce al Sappe, primo sindacato dei baschi azzurri, torna a protestare con veemenza per una situazione esplosiva”, denuncia Tiziana Guacci, segretaria per la Campania del sindacato autonomo polizia penitenziaria.

“I colleghi in servizio hanno smontato dopo molte ore. Per fortuna, non ci sono agenti feriti ma i detenuti hanno devastato l'intera sezione VIII”. Ferma la denuncia del Sappe: “Non può essere la morte di un detenuto l’alibi per un attacco allo Stato. Martedì incontrerò a Napoli il provveditore penitenziario Castellano per chiedere provvedimenti concreti. Si tratta di eventi conseguenti ad una situazione di tensione carceraria già ampiamente evidenziata dal Sappe, per altro aggravata dalla mancanza di personale: chiediamo un sopralluogo tecnico da parte del Prap e una visita ispettiva da parte dell'Asl per valutarne l'idoneità sotto il profilo dell'igiene e della sicurezza dei luoghi di lavoro”, conclude la sindacalista.

Per Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria, “la polizia penitenziaria svolge un lavoro prevalentemente al chiuso. La sua eccezionalità sfugge allo sguardo dei cittadini ma, come ha anche autorevolmente ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è chiamata quotidianamente a fronteggiare difficili situazioni di tensione e sofferenza, sempre più frequenti a causa del grave fenomeno di sovraffollamento in atto. Determinante è il contributo delle donne e degli uomini del corpo all’attuazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena per il possibile reinserimento nella vita sociale dei detenuti, nonostante le assai critiche condizioni del sistema carcerario. Ed è solamente grazie ai poliziotti penitenziari, gli eroi silenziosi del quotidiano a cui va il ringraziamento del Sappe per quello che fanno ogni giorno, se la scorsa notte di follia ad Ariano Irpino è comunque stata fortunatamente contenuto”.

Ma per il leader del Sappe servono “interventi urgenti e strutturali che restituiscano la giusta legalità al circuito penitenziario intervenendo in primis sul regime custodiale aperto. Servono poliziotti e regole d’ingaggio chiare, tecnologia e formazione per chi sta in prima linea nelle Sezioni, strumenti di difesa e contrasto delle violenze. Bisogna applicare ai violenti l’arresto in flagranza di reato per i detenuti che aggrediscono poliziotti penitenziari o mettono in grave pericolo la sicurezza del carcere, il carcere duro con isolamento fino a 6 mesi (articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario) ed il trasferimento immediato in particolari sezioni detentive a centinaia di chilometri dalla propria residenza, come prevede il successivo articolo 32 del regolamento. Sicuramente a molti detenuti violenti la voglia di creare disordini mettendo a rischio la sicurezza delle carceri oppure aggredire il personale passerà.  Capece torna infine a sollecitare, per la polizia penitenziaria, “la dotazione del taser, che potrebbe essere lo strumento utile per eccellenza in chiave anti aggressione (anche perché di ogni detenuto è possibile sapere le condizioni fisiche e mediche prima di poter usare la pistola ad impulsi elettrici)”.

Aggiornamento del 28 marzo 2025, ore 12.41 - Di Giacomo (S.PP.) - Rivolta ad Ariano Irpino ed Alessandria, violenza ad Asti da “apripista” a nuova stagione rivolte nelle carceri - “La violenta rivolta nel carcere di Ariano Irpino con detenuti che si sono impossessati delle chiavi aprendo le celle, provocando la devastazione e l’incendio di una sezione con conseguenze che potevano essere più gravi, in contemporanea con quella di Alessandria, con dieci agenti finiti in pronto soccorso per gravi irritazioni agli occhi, uno dei quali con danni alla retina e, poche ore dopo, il nuovo episodio di violenza nella casa di reclusione di Alba con un giovanissimo detenuto che ha aggredito il sovrintendente di sorveglianza e altri tre agenti, tentando di accecarne uno, sono segnali inequivocabili della ripresa della stagione delle rivolte che, dall’emergenza Covid, si ripete ogni anno, sia pure con modalità differenti che per questo vanno interpretate per cogliere le novità.

A pagarne le conseguenze, come sempre, è il personale penitenziario che, come è avvenuto ad Ariano Irpino, ad Alessandria e ad Asti rischiano la vita nell’assolvimento al dovere e per mettere fine alla violenza”.

Lo afferma il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo sottolineando che “ci sono da tempo chiari segnali nelle carceri campane e piemontesi come in tante altre del Paese di una situazione di crescente tensione. È sufficiente una “miccia” per far esplodere le carceri. E certamente lo stillicidio di suicidi, con i numeri che conosciamo tutti dall’inizio del nuovo anno (23) e dopo l’anno orribile appena trascorso (91), quello del record di morti in cella, non può ulteriormente essere sottovalutato. Le cause dei diffusi focolai di tensione sono sempre gli stessi, dal sovraffollamento, alla carenza di organici (nonostante le sbandierate nuove assunzioni), all’assenza di figure professionali mediche (specie psicologi) e mediatori culturali. Non c’è bisogno della “palla di cristallo” per prevedere che la situazione, già di grande emergenza e del tutto inedita per gravità rispetto a sempre, è destinata a diventare ancora più pesante, al punto che le continue rivolte anche negli istituti per minori sommate alle aggressioni quotidiane in tanti istituti fa da “apri pista” ad una nuova pesante stagione per i nostri penitenziari. Noi – aggiunge – più semplicemente continuiamo a cogliere ed interpretare, già da settimane, gli inquietanti segnali che l’amministrazione penitenziaria invece preferisce ignorare, tra i quali, tentativi di evasione e la diffusione di telefonini sempre più tecnologicamente avanzati. Non siamo pronti a fronteggiare nuove rivolte e soprattutto siamo stanchi – continua – di pagare il pezzo più alto con il rischio di incolumità personale, per responsabilità politiche e di governo, fronteggiando tensioni e sofferenze. Il personale è chiamato a fermare rivolte e violenze ma sempre sotto la “spada di Damocle” del reato di tortura e di provvedimenti disciplinari. È ora di fare chiarezza: lo Stato dica da che parte sta, se da quella dei detenuti o dei suoi “servitori”.

 

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