ATRIPALDA – Una nuova e importante puntata si aggiunge alla triste vicenda della Civita di Atripalda, il sito archeologico più importante dell’antica Abellinum, ovvero il nucleo originario su cui poi è nata e si è sviluppata la città del Sabato.
Nella mattinata di lunedì 5 novembre l’area collinare di via Manfredi ha ricevuto la visita, oltreché dei carabinieri che hanno seguito le indagini, del procuratore della Repubblica di Avellino Angelo Di Popolo, del sostituto Roberto Patscot e della soprintendente Maria Fariello. Insieme a loro il noto archeologo di fama nazionale Fausto Zevi, nominato recentemente proprio dalla Procura come consulente nella vicenda giudiziaria, al fine di valutare e quantificare la presenza di danni ai beni archeologici – nonché di monitorare i lavori di ripristino in corso d’opera − imputabili ai due proprietari del terreno, i fratelli Mario e Giovanni Dello Iacono.
Zevi, archeologo e storico dell’arte, viene dalla scuola di un maestro indiscusso quale il senese Ranuccio Bianchi Bandinelli. Docente presso La Sapienza di Roma in archeologia e storia dell’arte greco-romana, Zevi ha già insegnato alla Federico II di Napoli, ed ha ricoperto il ruolo di soprintendente a Roma, Ostia e nello stesso capoluogo partenopeo. Senza citare le numerose pubblicazioni uscite a suo nome, specie sull’ellenismo romano, è anche membro dell’Accademia nazionale dei Lincei e dell’Istituto archeologico germanico. Un nome di peso, dunque, per dipanare la matassa di una vicenda che va avanti ormai da svariati anni, a danno della comunità e del valore culturale del sito, definita da alcuni come un equivalente di Pompei in terra d’Irpinia.
La storia della vicenda è paradigmatica della situazione generale italiana sulla tutela dei beni culturali e del rapporto – mai intricato quanto questo – tra interessi pubblici e privati. I Dello Iacono avevano richiesto licenza di poter edificare su quel terreno, e l’ok era arrivato dall’amministrazione comunale. Proprio nel terreno furono rinvenuti i primi resti dell’antico insediamento pre-romano. Da lì è iniziato il balletto dei veti. Prima il ministero dei Beni culturali ferma le opere, poi il Tar della Campania annulla le ordinanze, infine il nuovo Piano regolatore generale modificava la natura edilizia dei terreni. I due fratelli decidono di passare alle vie legali e hanno ragione per ben due volte. Il tribunale civile di Roma (2009) condanna il ministero al risarcimento di 16 milioni 365 mila euro per la perdita della possibilità di edificare, mentre il Tar di Salerno (2011) ne chiede 453 mila per la casa colonica preesistente sul terreno. Un gruzzolo di circa 17 milioni che il ministero, già flagellato dai vari tagli governativi, non è in grado in alcun modo di poter versare. Tanto che il legale dei due fratelli, un avvocato veneto, ha chiesto e ottenuto il pignoramento dei finanziamenti che dalle casse romane arrivano – a singhiozzo – a tutte le strutture venete dei Beni culturali. Tutto bloccato dunque, tranne gli stipendi dei dipendenti, a carico del Tesoro. Il limite tra la tragedia e la farsa si fa sempre più sottile.
La Soprintendenza di Avellino e Salerno si fa dunque carico di un nuovo esposto di esproprio contro i Dello Iacono per una situazione di vera e propria emergenza archeologica dettata dalla pubblica utilità. Con l’inizio delle indagini da parte del nucleo di tutela e patrimonio culturale dell’Arma dei carabinieri scatta il sequestro preventivo dell’intero sito, con l’accusa ai proprietari di “danneggiamento al patrimonio archeologico e storico artistico nazionale” (art. 733 c.p.). Da qui nacque una mobilitazione popolare capeggiata dall’ex sindaco Aldo Laurenzano che cercò in qualche modo, prima dello scadere del suo mandato, di tenere desta l’attenzione in Provincia e in Regione di quanto stava accadendo ad Atripalda. Ma la risoluzione del caso era – ed è – ancora di là da venire. Da fine giugno, le opere sono state dissequestrate e poste nuovamente sotto la direzione della Soprintendenza che è al lavoro per rimediare ai danni subiti da un anno di chiusura, aggravato dalle pesanti nevicate dello scorso febbraio. L’ispezione tecnica di Zevi, visti i fatti, dovrebbe essere la prima di una lunga serie. Ad oggi, la politica e specialmente i cittadini non sanno ancora quando potrà essere scritta la parola “fine” alla vicenda.
L’area della Civita, risalente al III secolo a.C., si estende imponente per ben 2500 mq e raccoglie reperti di altissimo valore archeologico e culturale. La struttura ha le dimensioni e la cura di una ricca dimora patrizia, con ambienti caratterizzati da decorazioni pregiate e suppellettili di ottima fattura, racchiuse da un’imponente cinta muraria che si estende per ca. 2 km, costituita da due blocchi, uno in opus quadratum e l’altro in opus reticulatum. Un complesso che è un piccolo gioiello, non solo per Atripalda e per l’Irpinia, ma su scala nazionale. Un gioiello cui viene ancora negato di mostrare tutta la sua luce.




