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    11/04/2026

Nel castello di Atripalda le nozze tra il principe Caracciolo e Antonia Spinola

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Il castello Caracciolo di AtripaldaATRIPALDA - Francesco Marino Caracciolo, principe di Avellino, fu più volte in Spagna, presso la corte reale, allo scopo di ottenere il grandato, vale a dire la dignità di Grande di Spagna, ma senza riuscirvi. E fu proprio a Madrid che nel 1666 conobbe e sposò la principessa del Sacro Romano Impero Geronima Pignatelli, figlia di Ettore principe di Noia e duca di Monteleone, e di Giovanna Tagliavia d’Aragona Cortez principessa di Castelvetrano e duchessa di Terranova. Insieme con lei si trovò a Napoli nel gennaio del 1673 a rendere omaggio al nuovo viceré, Antonio Alvarez Pedro de Toledo marchese di Astorga, insediatosi il 14 febbraio dell’anno precedente, con il quale intrattenne buoni rapporti fino a che la morte non lo sorprese, alla giovane età di 43 anni, il 12 dicembre del 1674. Le sue spoglie furono trasportate ad Avellino e tumulate nella chiesa del Carmine.

Cinque anni dopo, nel luglio del 1679, donna Geronima, nel palazzo di Atripalda, dopo dispensa papale, si rimaritò con un suo cugino, Giulio Pignatelli duca di San Mauro, figlio primogenito del principe di Montecorvino. Fu, quello, un matrimonio che procurò qualche discapito alla «qualità della signora principessa, ch’essendo una delle figlie del duca di Monteleone e Terranova e vedova del signor don Francesco Marino Caracciolo principe d’Avellino, e avendo tre altre sorelle maritate a personaggi di sfera sublime, cioè donna Marianna al duca d’Ixar, donna Stefania al duca di Mirando, ambidue grandi di Spagna, e donna Caterina al marchese di Geraci della famiglia Ventimiglia, il più nobile, si può dire, de’ baroni siciliani, ora se sia rimaritata, benché con personaggio della sua famiglia, non però della sfera del primo e povero cavaliero». Il «cavaliero» cui si fa riferimento è Francesco Marino il quale, come abbiamo prima ricordato, non riuscì, per quanto si sia adoperato, a ricevere l’onorificenza del grandato.

Ad ottenere, invece, il titolo di Grande di Spagna di prima classe e quello di principe del sacro Romano Impero con l’altisonante qualifica di Durchlaucht («altezza serenissima»)  e di Cher bien aimé cousin sarà, nel 1715, per i meriti conquistati sul campo, il figlio, Marino III, che, appena tredicenne, già si era dimostrato, sotto il controllo dei suoi tutori, un ottimo padrone di casa ospitando per qualche giorno nel castello di Avellino l’allora viceré di Napoli, Ferdinando Gioacchino Faxardo marchese di Los Velez, che, con un seguito di oltre 400 persone, il 28 maggio 1681, partito da Napoli «è andato per sua devozione e curiosità alla Madonna Santissima di Montevergine nella Montagna». Qui fu ricevuto con tutti gli onori dall’abate generale Paolo Faiella e da tutta la comunità verginiana.

Al pellegrinaggio è legato un episodio curioso con protagonista un servitore del seguito che fu, senza volerlo, l’ignoto artefice di un «miracolo» della Madonna, da taluni ribattezzato, non senza una qualche sacrilega audacia e un’irriverente impertinenza anticlericale, come il «miracolo della gallina». Costui, infatti, nonostante il divieto di mangiare «roba di grasso» imposto dai padri benedettini, tentò di nutrirsi con una gallina cotta che si era portata appresso, ma non riuscì, per quanto si sforzasse, a inghiottirla. Come risolvere il problema che ebbe eco finanche sulle cronache della capitale? «La Madonna santissima – si legge nella cronaca del Confuorto – fece il miracolo poiché fece impenzatamente venire una gran tempesta di vento e pioggia direttissima, onde i padri, presa la gallina, la posero dentro al fuoco per bruggiarla; come in effetto, bruggiata che fu, cessò la tempesta».

Poco meno che ventenne il giovane principe, nel corso di un sontuoso ricevimento nel castello di Atripalda, convolò a nozze con Antonia, della nobile famiglia genovese degli Spìnola, figlia di Paolo, Grande di Spagna, marchese di Los Balbazes e duca di Sanseverino, che sarà potente plenipotenziario di Luigi XIV alla pace di Nimega, e di Anna Colonna dei principi di Paliano.

Nella cittadina del Sabato gli sposi erano giunti dopo un viaggio, via mare, da un porto del litorale laziale dello Stato pontificio (donna Antonia aveva soggiornato fino ad allora nel palazzo dei Colonna a Marino, nell’entroterra romano) fino al porto di Torre Annunziata; da qui “s’avviarono per terra con molte carrozze di mute a sei a drittura nella terra della Tripalda, dove sta preparato farsi le nozze con grandissimo apparecchio”.

In occasione della celebrazione del matrimonio – «trattato dalla signora duchessa di Monteleone, ava di esso principe (di Avellino) come madre di sua madre, con dote di 100 mila docati di viglione, che si valutano 60.000 docati di questa moneta » – fu pubblicato in onore della sposa, appassionata di lettere e di arte, un volume di Rime curato da Filippo Anastagi che, quando era ancora semplice sacerdote, si era occupato, in collaborazione con il tutore, Alvaro della Quadra, dell’istruzione del principino Marino il quale, successivamente, prima gli fece avere, pur essendo uno «sconosciuto», la cattedra universitaria come lettore presso la facoltà di giurisprudenza, poi la nomina di arcivescovo di Sorrento.

Un altro volumetto, con le Rime delle poetesse Lucrezia Marinella, Veronica Gambara e Isabella di Morra, fu curato in onore dell’«eccellentiss. Signora D. Antonia Spinola Colonna de’ marchesi de los Balbases principessa d’Avellino» da Maria Selvaggi Borghini e dato alla luce da quell’Antonio Bulifon, bibliotecario, editore, stampatore, storico, di origini francesi, ma trapiantato a Napoli, che, nella sua libreria di San Biagio dei Librai prima, di Sant’Angelo a Nido poi, era riuscito a mettere insieme, con l’aiuto del figlio Niccolò, nonostante la forte rivalità con il libraio Domenico Antonio Parrino, proprietario e direttore dell’unica gazzetta esistente a Napoli a quel tempo, un vero e proprio cenacolo di cui facevano parte il dotto sacerdote pugliese Pompeo Sarnelli,  consigliere del cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII, l’avvocato e magistrato Biagio Aldimari, autore di una compilazione delle prammatiche del Regno, e ancora, Carlo Maria Carafa Branciforte principe di Bufera, Pirro Schettini, Ascanio Pignatelli, i fratelli Francesco e Gennaro d’Andrea, Fulvio Caracciolo, Tommaso Cornelio, Lionardo di Capua, Francesco Nicodemo, Niccolò Toppi, Gregorio Calopreso, Giovanni Vincenzo Gravina, Giuseppe Artale, Basilio Giannelli, Tommaso Donzelli, Carlo Calà duca di Diano, Antonio Manforte, Giacinto de Cristofaro, vale a dire “quanto di meglio era allora in Napoli in campo politico, spirituale, filosofico, letterario”.

Antonio Bulifon, dalla cittadina francese di Chaponay, nel Delfinato, a una quindicina di chilometri da Lione, dove era nato il 24 giugno 1649 dal notaio Lorenzo e da Giovanna Pros, si trasferì nel 1670, poco più che ventenne, a Napoli dove visse per oltre trent’anni e che considerò sempre la sua seconda patria. Fu libraio ed editore, ma anche autore di opere storiche. Sposò Maddalena Criscuolo da cui ebbe due figli: Filippo, che si diede all’attività forense e che ebbe dal Medinaceli l’incarico di organizzare e sistemare l’apparato legislativo del viceregno con l’introduzione di un codice che avrebbe dovuto chiamarsi “Filippino”, e Niccolò che proseguì l’attività di editore. Fu attivo a Napoli in modo particolare dal 1672 al 1700 curando la pubblicazione, senza la preoccupazione “né di spesa né di fatica alcuna”, di numerose opere letterarie, storiche e scientifiche.

Nello «studietto particolare» del Bulifon, nel quale erano raccolti tutti i libri più cari provenienti dalle varie parti del regno, era anche ammesso un giovane sacerdote irpino di circa trenta anni, Cesare Fanelli, “della terra di Forino”, soprannominato l’arciprete napolitano, “poeta latino e mediocre italiano, il quale è tanto fecondo che all’impronto fa quanti epigrammi e distici latini se li domanda dandoli il soggetto” che, “vestito semplicemente e troppo abietto”, sbarcava il lunario insegnando teologia, filosofia, diritto civile, diritto canonico e altre scienze. Di questi distici latini del Fanelli il Bulifon, nei suoi Giornali, ne riporta quattro “per essere riusciti bellissimi”.

Un mestiere che doveva servire a sbarcare il lunario soprattutto a chi era cieco se si considera che lo stesso Bulifon registrò nei suoi Giornali la presenza per le strade e le piazze di Napoli – siamo nell’ottobre del 1691 – di un «cecato veneziano, quale fa sonetti in pronto a chi gliene domanda» e di «un cieco della Romagna di circa cinquanta anni, il quale è poeta famosissimo, e fa all’impronto qual si sia sonetto per qualsiasi soggetto che se li dia difficile, essendo stato sperimentato da molti uomini dotti. Va cantando per le piazze e per le case de’ particolari. Si mantiene ben vestito».

 

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