PRATOLA SERRA – Nel ventiseiesimo libro dell’“Ab urbe condita” Tito Livio narra dei rapporti tra Roma ed i popoli campani dopo la fine della seconda guerra punica. Il dissidio era nato dall’accondiscendenza che gli autoctoni mostrarono nei confronti di Annibale durante il periodo del cosiddetto “ozio di Capua”, quando l’esercito cartaginese si acquartierò stabilmente presso la città campana. Ritiratosi in Africa Annibale a seguito di una decisione che non ha ancora trovato una motivazione unanimemente accettata, il senato romano deliberò una serie di sanzioni e di misure repressive nei confronti dei Campani, e, in particolare, degli “Atellani, Calati e Sabatini”. Dei primi due era già nota la provenienza; anzi, lo stesso storico romano fa riferimento alle città (Atella e Calazia, rispettivamente) da cui essi traevano il nome.
Ma chi erano i Sabatini? A questa domanda non è dato rinvenire una risposta nella trattazione liviana. E, tuttavia, sulla scorta del criterio utilizzato per designare molti altri popoli (costituito dal richiamo di un toponimo geografico), già in epoca rinascimentale fu formulata un’ipotesi, secondo cui Sabatini abitavano lungo le rive del fiume Sabato e che il capoluogo del loro territorio era Sabazia.
Alla capitale dei Sabatini fece riferimento per primo Cellario, autorevole geografo vissuto nel periodo rinascimentale, nella sua opera fondamentale, Geographia Antiqua. Tuttavia, la prima (e forse unica) collocazione geografica è quella data da Filippo Cluverio, altro noto geografo tedesco vissuto tra il XVI ed il XVII secolo. Nella sua opera, Italia Antiqua, si legge che “videtur fuisse oppidum apud fluvium nomine Sabatium” (“sembra che vi fosse una città presso il fiume di nome Sabato”), la cui ubicazione, però, era incerta (“quo situ fuerit incertum est”). Nondimeno, il geografo formulò un’ipotesi precisa: “fuisse inter due oppida, qua vulgo vocantur TERRANOVA et PRATA” (“sembra che fosse tra due città che dal popolo sono chiamate Terranova e Prata”). L’opinione di Cluverio, le cui fonti, peraltro, sono ignote, fu successivamente riportata (e ritenuta attendibile) da altri geografi napoletani dei secoli successivi, a partire da Lorenzo Giustiniani (autore nel 1797 del Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli) e da Raffaele Mastrianni, che ne diede conto nel suo Dizionario Geografico-Storico-Civile del Regno delle Due Sicilie pubblicato nel 1858.
Sta di fatto, però, che l’esatta ubicazione e – in definitiva – l’esistenza stessa di Sabazia sono ancora avvolte nel mistero. La risposta all’enigma non può prescindere dall’individuazione dell’area geografica in cui vissero i Sabatini. Da questo punto di vista è significativo, innanzitutto, sottolineare che gli altri due popoli citati da Tito Livio (Atellani e Calati) erano stanziati in zone tra loro limitrofe nell’attuale provincia di Caserta. Potrebbe essere verosimile che la contiguità geografica dei primi due si estenda anche al terzo popolo (i Sabatini, appunto) e che, quindi, anche il suo areale sia compreso in prossimità della Terra di Lavoro. Sennonché, in tale area non v’è traccia di un toponimo geografico che possa rinviare al nome del popolo. Un toponimo specifico è rinvenibile a Sud Est del Casertano ed è appunto costituito proprio da quello stesso fiume Sabato (citato da Cluverio) che avrebbe bagnato Sabazia. Posto le sue acque sgorgano dal Terminio, per poi affluire – al termine del suo percorso – nel Calore a Benevento, l’insediamento in questione dovrebbe essere collocato in un’area, che – all’epoca della seconda guerra punica – era compresa nella macroregione abitata dai Sanniti, e, più in particolare, dalla tribù degli Irpini.
A questo punto la ricerca di Sabazia si incrocia inevitabilmente con le vicende della seconda guerra punica. E, infatti, se è vero, come sostiene Tito Livio, che i Sabatini si allearono con Annibale contro i Romani, è necessario verificare quale fu la condotta tenuta dagli Irpini. Quando l’esercito di Annibale calò in Italia, i Sanniti, ormai sottomessi a Roma dopo la fine della terza guerra sannitica (295 a.C.), le rimasero fedeli, pur non sopportandone ancora del tutto la dominazione. Il loro atteggiamento, però, mutò dopo la battaglia di Canne (215 a.C.), quando Annibale inflisse una durissima sconfitta all’esercito romano. Quell’evento segnò una spaccatura tra le tribù sannite: i Pentri ed una parte dei Caudini rimasero fedeli a Roma; gli Irpini e la gran parte dei Caudini presero a sostenere i cartaginesi. La ribellione di questi due popoli scatenò la reazione di Roma. E quando nel 211 a.C. l’esercito romano riprese Capua, si dedicò anche a repressioni e rastrellamenti nel territorio degli Irpini. Lo stesso E.T. Salmon, lo storico più autorevole dei Sanniti, richiama nel suo volume, Il Sannio e i Sanniti, il libro XXVI dell’Ab urbe condita per sostenere che “gli abitanti della vallata del fiume Sabato, a sud di Beneventum, si arresero quasi contemporaneamente a Capua”. Anche Salmon, quindi, sulle orme di Cluverio, ritiene che Tito Livio, nel citare i “Sabatini”, si riferisca ad una sorta di “sottotribù” degli Irpini, che popolavano la Valle del Sabato, e, più specificamente, per tornare proprio al geografo tedesco, quella parte della valle compresa tra Prata e Terranova. Cluverio non poteva conoscere il nome dell’insediamento sito in quella area, che nel XVII secolo (quando egli scrisse la sua Italia Antiqua) era pressoché disabitata. Solo nel secolo successivo iniziò a costituirsi un insediamento abitativo stabile che costituì il primo nucleo dell’attuale Pratola Serra.
Era, quindi, ubicata nel territorio di Pratola l’antica Sabazia, il capoluogo della regione dei Sabatini? La risposta a questo interrogativo deve necessariamente passare per un riscontro, sia pure labile, della presenza in loco di un insediamento abitativo risalente a quel periodo. Nell’area compresa tra gli attuali Comuni di Pratola e Prata v’è una traccia di presenza sannitica. Si tratta dei resti di un acquedotto sannitico, rinvenuti nel territorio di Prata in prossimità delle rive del Sabato. Non è inverosimile ipotizzare, quindi, che nel periodo della dominazione sannitica su una delle sponde del fiume sorgesse effettivamente un insediamento abitativo. Certo è che ad un’epoca immediatamente successiva risalgono i resti di un’ampia villa romana, che furono riportati alla luce a Pratola, proprio in una zona limitrofa al Sabato, agli inizi degli anni Ottanta. Ed è altrettanto certo che, nel collocare Sabazia in un punto specifico della Valle del Sabato in un sito “inter due oppida, qua vulgo vocantur TERRANOVA et PRATA”, Cluverio attinse da altre fonti (ahimé a noi sconosciute), e non solo da Tito Livio.
Resta, infine, da porre un ultimo interrogativo: perché di Sabazia non abbiamo tracce visibili? Il sito dove forse sorgeva la città sabatina coincide probabilmente con quello in cui sono stati trovati reperti di epoca romana (tombe, monete, accessori di vario tipo) e – soprattutto – di epoca longobarda. I resti della Basilica di San Giovanni, in località Pioppi, rivelano la presenza di una comunità stabile. Gli insediamenti successivi potrebbero aver cancellato le tracce di quello precedente, di età sannitica, soprattutto se, nel reprimere la ribellione del popolo Sabatino, l’esercito romano avesse devastato i suoi insediamenti.
E, tuttavia, va anche sottolineato che solo una parte assai limitata dell’area su cui insiste il sito archeologico è stata sottoposta ad indagine e che l’ultima campagna di scavi risale alla prima metà degli anni Ottanta. È probabile, quindi, che il sottosuolo di Contrada Pioppi possa riservare ancora altre sorprese, legate – in questo caso – proprio all’età sannitica. Solo una nuova campagna di scavi potrà confermare questa ipotesi e spostare Sabazia dalle pagine della leggenda a quelle della storia.




