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    04/02/2023

Eravamo comunisti, esce per Rubbettino il nuovo libro di Umberto Ranieri

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_comunisti.jpgSOVERIA MANNELLI - Cosa ha rappresentato il Pci nella storia d’Italia? Un partito che viveva tra la scelta storica per il 1917 e la sua azione concreta nella società nazionale. Mentre spingeva il popolo italiano a misurarsi con i problemi del governo del Paese, rappresentava esso stesso, per i suoi legami internazionali, il maggiore ostacolo all’assunzione di responsabilità di governo. Questa la sua doppiezza, il lato tragico della sua storia.

Perché il Pci non poteva gettare il cuore oltre l'ostacolo e imboccare la strada del socialismo democratico? L'interrogativo fu sollevato da Giorgio Amendola già negli anni Sessanta, seguito da Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (ai quali è dedicato il libro), e da quanti daranno vita all'area migliorista. Merito di Ranieri, aver dato conto, nel suo “Eravamo comunisti”, "sine ira et studio" dei passaggi-chiave della battaglia. Lo fa ricostruendo con passione alcuni momenti cruciali della storia di quel partito ad un secolo dalla sua fondazione.

Il libro di Ranieri non è però solo un libro di storia e di storie, ma vuole offrire una riflessione, importante e necessaria, su quelle alternative che avrebbero potuto essere percorse durante la grande stagione del riformismo di cui l’autore fu una delle figure di spicco.

Dalla prefazione di Giuliano Amato

«Quello che si è notato di meno, e che emerge in modo inequivocabile da questo libro, è la ricaduta (lo spillover effect, si direbbe più efficacemente in inglese) del mito sovietico sulle stesse scelte politiche interne. Quel mito, al di là dell’orgoglio di appartenere a un grande blocco di potere mondiale (e questo, lo abbiamo visto, conta di per sé già molto), fece anche da selettore delle politiche interne che potevano apparire o meno meritevoli a chi lo condivideva: insomma, se io sono destinato alla fuoriuscita dal capitalismo, come posso spendermi, sprecarmi per un riformismo che rinuncia a priori a questo scopo, che mi dà qualche miglioramento, ma resta nell’alveo del sistema com’è? Sì, lo so, mi dicono che di capitalismi ce ne sono diversi, alcuni più chiusi e retrivi, altri più segnati dall’idea dell’economia sociale di mercato. Ma per me queste sono varianti minori, io viaggio a un’altra quota, a me col riformismo non mi incantano.

L’ho detto con linguaggio non paludato, ma è così, o è anche così, che il Pci ha bruciato tra le proprie file la prospettiva riformista e, quindi, socialista. Ora l’ho capito ed è stato Umberto Ranieri che mi ha aiutato a capirlo con queste pagine. Il mito è sopravvissuto al distacco, che pure c’è stato, dall’Unione Sovietica, perché è penetrato nella cultura interna e l’ha resa ostile al riformismo possibile, arginando e ghettizzando le chiavi fornite dall’idealismo italiano, che pure Gramsci aveva introdotto e Togliatti, a suo modo, condiviso. Grazie a ciò le distanze dai socialisti non sono mai venute meno e ad esse i guai giudiziari di Craxi hanno offerto una scorciatoia per rafforzarsi e darsi una legittimazione che non meritavano. È qui il nocciolo della discussione a cui i miglioristi hanno ripetutamente invitato i loro compagni. Ma la discussione non c’è mai stata, né prima né dopo la fine del partito.

Ora, certo, viviamo in un’epoca diversa. Ora quello che sto scrivendo io qui e che ha scritto Umberto nelle pagine che seguono, può apparire a molti archeologia, interessante solo per gli archeologi. Eppure, dopo anni nei quali i partiti socialisti hanno perso, insieme, capacità di rappresentanza e capacità di governo, cedendo spazio politico tanto ai conservatori, quanto a nuovi movimenti, spesso populisti, il riformismo socialista ha preso a essere predicato, in Europa e negli stessi Stati Uniti, come un metodo di governo di cui avremmo ancora bisogno per governare un mondo sempre meno governabile; e meno governato».

Dal contributo di Biagio De Giovanni

«La “filosofia” del partito apparteneva a un altro mondo, un riscontro dal vivo per me era il Comitato direttivo dell’Istituto Gramsci, dove i filosofi e gli storici del partito si misuravano con la struttura del mondo presente e futura, veri interpreti di una filosofia della storia e perfino di filosofie della storia in scontro tra loro. Ma il ruolo è stato quello di un partito socialdemocratico “di fatto”, come spesso si dice? La risposta di Ranieri è sostanzialmente negativa, il 1956 ungherese fece da spartiacque con il mondo socialista; dopo, dall’atteggiamento verso i primi governi di centro-sinistra alla vicenda che ebbe al centro Bettino Craxi, quasi tutto si colorò di negativo, con aperture che rapidamente venivano messe in discussione. Il problema del Pci non fu mai l’alternativa, dominato come fu dal rapporto con i cattolici e di riflesso, problematicamente, con la Dc. Ma qui bisogna giungere a quello che appare il nodo essenziale, che condivido, del libro di Ranieri e che forse spingo un po’ più avanti. L’enorme contributo dato dal Pci alla storia d’Italia, che ha tanti connotati “di fatto” socialdemocratici, dalla Costituzione prescrittiva e da Stato sociale alle lotte operaie e contadine, per ricordare gli anni di fuoco, all’organizzazione del lavoro intellettuale, si collocava in tutt’altro orizzonte. La ragione di questo non voglio esemplificarla nell’anticapitalismo, e nell’antieuropeismo solo tardi corretto, ma nelle modalità della sua interpretazione del rapporto tra masse e potere, tra masse e politica, tra masse e partito, dopo il fascismo. Questo mi pare il punto cruciale.

Accenno al tema, che mi pare decisivo, con un massimo di brevità. Quel rapporto cui ho accennato fu proprio del Pci, non anche di altri partiti di massa come la Dc. Esso prevedeva una pedagogia di massa diffusa nelle più remote sezioni e nelle grandi adunate dove si verificava, mi verrebbe da dire, la presenza forte di un mito politico. Il partito ereditava uno stile totalizzante, carico dello stile della politica degli anni Trenta, con tutte le varianti democratiche, naturalmente, e tuttavia alla massa giungeva un messaggio ultra-democratico, ultra-parlamentare, ultra-istituzionale, pur in presenza di un Parlamento difeso da quelli che venivano giudicati gli arbitrii della Dc e dei partiti minori»

Dal contributo di Salvatore Veca

«Il partito comunista è stato alla fin fine uno dei maggiori custodi, nella convulsa e tragica vicenda degli anni Settanta, della lealtà costituzionale e delle regole del gioco democratiche. Ha cercato di incorporare nella propria cultura almeno alcuni dei temi emersi nell’azione contestativa (senza mai mettere in questione sino in fondo e con radicalità la propria cultura di sfondo). Ha cercato di sostenere e disciplinare il conflitto sociale e le lotte operaie. Ha sostenuto e difeso (alla fine) le conquiste dei diritti civili. Ha fronteggiato con durezza non solo la strategia del terrore di stato e il terrorismo nero, ma anche quel terrorismo che si avvaleva di un discorso ideologico distorto ma “di famiglia”, come osservò con veridicità Rossana Rossanda. Ha dato il proprio decisivo contributo alla politica di solidarietà nazionale, giusto o sbagliato che fosse. Ha inaugurato gli anni Ottanta con il discorso di Berlinguer sull’alternativa. Ha conosciuto nel corso di quel decennio, destinato a una conclusione che allora era per osservatori e partecipanti affatto inaspettata, forti tensioni e revisioni dei complessi rapporti con l’Unione sovietica.

Mentre nella società e anche nel “popolo” comunista il mito fondativo sembrava indebolirsi e alcune tessere del mosaico ideologico si sbrecciavano vistosamente, l’unico punto fermo per il Pci di quegli anni restava il partito stesso, di cui l’ultimo Berlinguer dichiarava la “diversità”, a fronte della questione morale che coincideva con il consociativismo vizioso e collusivo del sistema politico, in primis a fronte del mutamento del Psi di Craxi».

 

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