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    19/07/2024

Un quadro della realtà la musica di Mario Cesa

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Mario CesaAVELLINO – Ut pictura poesis. Quinto Orazio Flacco oggi avrebbe aggiunto la musica perché se è vero che “la pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura parlante” possiamo affermare che la musica è capace di racchiudere in sé le due specificità. Considerate da questo punto di vista le composizioni di Mario Cesa occupano un posto importante e consentono all’autore di rientrare a pieno titolo nell’elenco degli scrittori e dei pittori che nella realtà hanno trovato la loro fonte di ispirazione, la strada da percorrere, una strada lunga quanto la loro vita professionale. Una scelta coraggiosa.

Molto coraggiosa perché chi, coscientemente, prende questa decisione sa perfettamente che, rinunciando alle proporzioni, alla simmetria, all’armonia, alla facile comprensibilità, che poi e quella impone l’autore, dovrà affrontare critiche e, ahimè, anche attacchi strumentali di tipo ideologico ed estetico e questo per un artista è duro da sopportare. Il consenso e, sempre di più, il successo oggi lo si costruisce facilmente obbedendo a mode e rispettando direttive.

Cose lontanissime dalla visione del mondo di Mario Cesa, come ha dimostrato più volte rinunziando ad incarichi “prestigiosi”. Lui voleva che le sue creazioni fossero uno stimolo per chi le ascolta. Anche per la musica come per l’arte l’interesse si sposta dall’opera al fruitore. Non ha mai voluto lasciare Avellino. Ha fatto bene. Questa era la sua città e la sua fonte di ispirazione. In altri posti non sarebbero mai nati, così diceva, “Il pellegrinaggio” o “Licantiantichi”. Due tra le sue tante opere. Se Luigi Russolo all’inizio del 900, da futurista e quindi da artista impegnato a rappresentare il mondo che grazie alle macchine ed alla velocità stava cambiando, utilizza la cacofonia, le dissonanze, il rumore in genere per rappresentare in musica, con i suoi strani strumenti inventati alla bisogna, il “Risveglio di una città”, l’equivalente musicale del quadro “La città che sale” di Umberto Boccioni; se Ennio Porrino, senza rinunciare alla sua formazione, trovava ispirazione nella tradizioni popolari della sua Sardegna, un po’ come Klimt con i mosaici bizantini di Ravenna  per le opere del periodo aureo trattate con la sua impressionante maestria nel disegno di tipo accademico,  Mario Cesa, utilizzando le sue vastissime conoscenze e la profonda preparazione, la trovava nelle tradizioni e nell’ascolto dei suoni della sua terra d’origine e della sua gente.

Ci vedo molto della vita popolare russa presente nelle opere piatte, senza prospettiva, senza condizionamenti come i disegni dei bambini cui si ispirava Chagall. Parlando lo sfottevo dicendogli come la “cecaria”, la maculopatia che lo aveva condotto quasi alla cecità, era stata per lui una manna perché, come accade in questi casi, gli aveva migliorato l’udito e la capacità di ascoltare. Lui sorrideva e annuiva. Da persona intelligente sapeva scherzare anche su questo. Una musica difficile la sua, certo non idonea per accompagnare strofette come: “Mi sembra di sentire mio fratello che aveva un grattacielo nel Perù/voleva arrivare fino in cielo e il grattacielo adesso non l'ha più”.

Una cosa però è certa. In cielo ci è arrivato lui e sicuramente ne starà ascoltando i rumori. Chissà cosa ne tirerà fuori.

 

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