AVELLINO – Forse è solo grazie al nostro essere stati bambini che possiamo sperare di difendere quella scintilla di sacro che ci salverà da adulti. E qui non intendo il concetto di sacralità come qualcosa di relativo alla sfera religiosa, ma, risalendone all’etimologia, a quello di separazione, di inaccessibile e inviolabile, di estremamente intimo e privato. Come appunto la memoria dell’infanzia, di quell’età che ci ha formato, a volte deformato, sempre inciso nel profondo. E così intimi sono i ricordi legati all’io bambino che spesso, confrontandoli con quelli di chi ha condiviso i nostri anni, non li ritroviamo uguali, ma arricchiti o impoveriti da particolari, aneddoti e circostanze non attestabili, carenti di prove e piuttosto ricchi di lacune, in cui l’immaginazione supplisce la mancanza di verità storica.
Immaginazione che appartiene di diritto a quell’epoca della nostra vita in cui ogni esperienza si trasforma, nel tempo, in favolosa o nauseante, in unica o banalissima, in narrazione prediletta o in turbamento da insabbiare.
E di sabbia e di onde, di animali e di sassi, di pelle esposta al sole, di silenzi e parole, di nuotate e di corse in bicicletta, fra barche colorate addormentate sulla spiaggia e vecchie Fiat cariche come muli, in breve di vacanze in un altrove spazio-temporale è fatto il romanzo I padroni del mare, (Rubbettino editore, 2025) di Bianca Fenizia, avellinese innamorata delle Calabrie, rigorosamente al plurale, perché il singolare non può abbracciarne tutte le sfumature, le origini o la storia. Nel favoloso paese di Jonia, una numerosa famiglia ritorna ogni estate, con date fisse di arrivo e di partenza, con rituali che, ripetuti ogni anno, sanciscono l’appartenenza a una comunità, di persone e di luoghi, con la speranza di ritrovare tutto uguale e immutato e la delusione di incontrare più cemento, più costruzioni, meno spiaggia e più sfrontatezza, in una metamorfosi che annuncia i futuri disastri a cui pare impossibile opporsi.
Eppure tutto ricomincia, nel ritorno delle rigide regole familiari a cui ognuno si sottrae come può, nell’immancabile processione della Madonna del Mare, nelle raccomandazioni degli adulti ai bambini, che intanto crescono e si trasformano, nelle incomprensibili divisioni tribali, nelle letture per scelta e nei compiti estivi per obbligo, nella condivisione litigiosa di spazi della casa e nelle inutili suppliche di riparazioni rivolte all’imperturbabile padrone di casa.
Fra vecchie e nuove amicizie, dialoghi con zii e zie affettuosi e divertenti, con la presenza da dio imperscrutabile di un Olimpo mediterraneo del nonno, occhi celesti e una misteriosa ferita che non smette di sanguinare, la bambina, ormai donna, tesse il filo del racconto per sé stessa nel ricordare quegli anni, ma anche per dare soluzione a enigmi e storie non concluse, a cui da piccola provvedeva da sola a dare un finale sulla scorta dei libri letti o dei film visti nel cinema all’aperto.
Libro di grande spessore, questo debutto di Bianca Fenizia testimonia non solo una rara abilità nel disegno dei personaggi ma una raffinatezza di forma che ne rivela le tante letture e la consapevolezza di un proprio stile che, finalmente, non è quello “target directed” delle scuole di scrittura, che finiscono per imporre, in buona parte di quello che si pubblica oggi, degli schemi e delle trame scelti in funzione di un pubblico già selezionato.
E qui i padroni del mare non sono i prepotenti che lo sfruttano fino a renderlo una landa deserta di vita ma quelli che, come ammonisce il nonno alla nipotina, si adopereranno per far sì che ogni cosa rimanga al suo posto, la sabbia sulla spiaggia, l’acqua per i pesci, il sole per le piante e per gli umani. Non si salveranno i presunti padroni del mare, ma coloro che potranno dire: “Noi apparteniamo al mare, ce l’abbiamo dentro”. È questo il nostro spazio del sacro.




