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    03/02/2026

«La grazia», domina l’amore nel film di Paolo Sorrentino

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Toni ServilloAVELLINO – C’era un gioco, nella Settimana Enigmistica che leggevo da ragazzina, né difficile né scontato, che mi divertivo a completare: si chiamava “Cosa apparirà?”, ed era formato da tanti puntini apparentemente sconnessi, che, riuniti, finivano invece per rivelare un disegno coerente. Mi è tornato alla memoria assistendo alla proiezione dell’ultima opera di Paolo Sorrentino, interpretato, ancora una volta, dal grandissimo Toni Servillo e da una bravissima Anna Ferzetti, nelle parti di un presidente della Repubblica al termine del suo mandato e di una figlia che ha ereditato dal padre la passione per gli studi giuridici e che lo assiste nel difficile consenso a una legge sull’eutanasia (“di chi sono i nostri giorni?”, è la domanda ricorrente), nonché alla concessione della grazia a due differenti assassini di coniugi. Questi ultimi non esitano a dichiarare di aver ucciso per troppo amore, nelle rispettive confessioni a Dorotea e a Mariano De Santis, che vanno, separatamente, a trovarli in carcere, e, anche se i loro racconti sembrano avere dei punti di contatto, forse sono i differenti codici corporali (l’una dagli occhi azzurri  penetranti come il suo linguaggio sfrontato, l’altro a occhi bassi e con un linguaggio attoriale) a predire i differenti esiti dei loro destini.

Ma il gioco del regista è, come sempre, molto più complicato di come sembra e, invitandoci a tracciare le linee che uniscono o dividono i puntini, ci suggerisce che quello che apparirà è un ircocervo, un disegno che pare tenere insieme vite antinomiche, amicizie conflittuali, paradossi reali (un papa nero con codino bianco e motoscooter, un’amica di tutta la vita che tratta il presidente a parolacce, le scelte musicali di quest’ultimo) e realtà paradossali, il cui minimo comun denominatore è l’amore.

Se in “Partenope” era stata la presenza di Eros la passione dominante, ne “La grazia” omnia vincit amor. L’amore che non abbandona il cuore neanche quando sembra sconfitto da Thanatos, né si fa sconfiggere dal sospetto e dalla gelosia. Ed è amore di coppia, ma anche amore filiale, fraterno e paterno o amore verso gli animali. E cos’altro è la grazia se non un sentimento di comprensione del gesto dell’altro, dello sconosciuto che è in noi e intorno a noi, seppure giustificato da appigli giuridici e convenienze politiche? Grazia è sinonimo di leggerezza, di un potere che riesce a sollevare persino un “cemento armato”, come viene soprannominato il presidente, facendolo gravitare senza peso come quell’astronauta lontano nello spazio.

Forse il film poteva concludersi una quindicina di minuti prima, evitando una certa prolissità e languori innecessari, ma si esce dalla sala (certo non gremita come quella di Zalone…) traboccanti di riflessioni, sui ruoli sociali, familiari e sentimentali, sulle passioni che a volte convivono con la razionalità e a volte la sottomettono, sulla distanza fra giustizia e diritto, sulle relazioni fondamentali della vita, che siano di persone qualunque o di individui speciali o privilegiati.

Un’opera che arricchisce, forse non il botteghino, ma gli spettatori certamente sì.

 

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