AVELLINO – Si svolgeranno questo pomeriggio ad Atripalda, alle 16.30, i funerali di Pellegrino Capaldo, il banchiere-professore universitario originario della Città del Sabato. Per gentile concessione qui di seguito ospitiamo l’articolo di Generoso Picone apparso oggi sulle pagine del Mattino.
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Ci sono due elementi intorno ai quali Pellegrino Capaldo – il banchiere professore scomparso ieri a Roma a 85 anni – aveva costruito saldamente la sua reputazione: il rigore e l’austerità. Chi lo ha conosciuto bene fa risalire l’origine di tali caratteristiche comportamentali, il marchio distintivo e identitario dell’uomo sui versanti pubblico e privato, alle origini irpine, alla nascita ad Atripalda avvenuta il 10 luglio 1939, alla provenienza da un ceppo da cui che almeno nei primi tre decenni del ‘900 si sono diramati i percorsi di Adolfo Tino, Gabriele Pescatore, Antonio Maccanico, Sabino Cassese e poi, spostandosi negli ambiti specifici della cultura e della politica, di Guido Dorso, Antonio La Penna, Dante Della Terza, Attilio Marinari, Fiorentino Sullo, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco. Il rigore e l’austerità che per Pellegrino Capaldo hanno costituito fattori di attrazione e di dissuasione, rappresentando un punto di forza e una garanzia protettiva, lo schermo che ha funzionato nei momenti difficili e complicati che lui si era trovato ad attraversare, nei passaggi complessi e delicati che lo avevano visto protagonista.
Consapevole e fiero di ciò, aveva onorato quel legame di appartenenza fino alla scorsa estate, quando nonostante le già precarie condizioni di salute, aveva trascorso le sue tradizionali settimane nella casa di campagna di San Gregorio, da dove si osserva l’azienda vitivinicola dei “Feudi”, retta dal figlio Antonio, a poca distanza dalla sede del gruppo “Progress” operante nella logistica e nel commercio e guidata dal fratello Gerardo, già sindaco di Atripalda. Qui, giusto un paio di giorni fa, era stata intitolata una piazza al padre Antonio. Qui, oggi alle 16 nella chiesa di Sant’Ippolisto, verrà condotto il feretro accompagnato dalla moglie Silvia Chinni e dai figli Giuseppina e Antonio per l’ultimo saluto, dopo i funerali romani alle 11,30 nella chiesa di San Giovanni in via Nomentana. Il sindaco Paolo Spagnuolo ha proclamato il lutto cittadino.
Pellegrino Capaldo è stato un banchiere e un professore. Così avrebbe voluto essere ricordato. Nell’intreccio degli impegni abbinava la sua attività di docente universitario allo svolgimento degli incarichi nelle istituzioni creditizie e di consulente per aziende ed enti pubblici e privati, al lavoro nelle numerose Commissioni ministeriali e interministeriali. Da Atripalda si era mosso per frequentare l’Università e, dopo la laurea in Economia e commercio a 21 anni, aveva intrapreso la carriera accademica all’Università “La Sapienza” di Roma: nel 1961da assistente ordinario e quindi di professore di Economia aziendale, avendo tra i suoi allievi Mario Draghi e Ignazio Visco.
All’inizio degli anni Ottanta fu uno dei tre probiviri designati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede per dirimere la questione Banco Ambrosiano-Ior. Nel 1987 diventò presidente della Cassa di Risparmio di Roma e portò a compimento l’acquisizione dall’Iri del pacchetto di controllo del Banco di Santo Spirito. Nel 1992 era stato nominato presidente dell’istituto di credito nato dalla fusione, la Banca di Roma. Ma alla fine del 1995 aveva dato le dimissioni dalle sue cariche per ritornare all’accademia, alla cattedra di Programmazione e Finanza aziendale sempre a Roma. La rettrice Antonella Polimeni, esprimendo profondo cordoglio, ne ha ricordato le attività sviluppate attorno temi della programmazione e della finanza aziendale, dei bilanci dello Stato e del risanamento di imprese in crisi. Parallelamente all’attività accademica, ha svolto sempre quella di consulente per aziende ed enti pubblici e privati, facendo parte, inoltre, di numerose Commissioni ministeriali e interministeriali. Nel 1991 era stato nominato Cavaliere del Lavoro dall’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
Pellegrino Capaldo è stato un esponente della Dc. Nel 1998 aveva appoggiato la nascita dell’Unione Democratica per la Repubblica, l’Udr creata proprio da Cossiga. E’ stato, insomma, un esponente di rilievo della nomenclatura della Prima Repubblica, da lui orgogliosamente difesa. Ipotizzava di riprendere il filo di un discorso bruscamente interrotto.
Nel 2019, presentando l’associazione “Libertà e Conoscenza”, aveva rotto un proverbiale riserbo spiegando, in una intervista a “La Stampa”, che il progetto aveva per obiettivo “una sana e sobria restaurazione”. “Mi rendo conto che parlare oggi di restaurazione è blasfemo. – aveva aggiunto - Ma tant'è: è quello che vogliamo”. Per lui restaurazione significava il “ritorno senza se e senza ma alla democrazia rappresentativa che fin qui ha funzionato abbastanza bene. L’Italia è priva di una classe dirigente e occorre ricostituirla al più presto”.
Il cruccio che lo muoveva era dato dalla mancanza riscontrata di una cultura politica in grado orientare il Paese in una fase di sbandamento progressivo. Era preoccupato, segnato da una amarezza civile per le sorti dell’Italia. “Siamo contrari a tutte le forme di populismo, che spaccano la società e generano odio sempre più profondo tra gruppi di cittadini”. Accanto a sé aveva raccolto professionisti, imprenditori, docenti universitari, di area cattolica e non soltanto. “Ci unisce solo la convinzione che occorra far qualcosa per ridare all’Italia una classe dirigente. Nelle prossime settimane partiremo con una campagna di adesioni. Intendiamo federare associazioni che già condividono i nostri principi ispiratori in previsione di un evento pubblico. Per ora non c’è un partito all’orizzonte: intanto partiremo con una Scuola di politica”.
I tempi hanno fatto il loro corso, il programma non ha avuto lo svolgimento sperato, resta il presagio di uno scenario a venire. In queste parole c’era il testamento di Pellegrino Capaldo. Come dice Marco Follini, “è stato un grande civil servant della Repubblica italiana. Ne sentiva il dovere, ne ignorava la lusinga, ne esercitava la responsabilità con i modi tipici di un gentiluomo d’altri tempi. Eppure nulla di quella fatica, apparentemente così inattuale, andrà dispersa”.
*Già redattore capo della redazione del Mattino di Avellino




