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    28/01/2023

La stagione dei nodi irrisolti

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La sede dell'Alto CaloreGli ultimi giorni dell’estate stanno portando via la stagione dei nodi irrisolti. Quello più importante riguarda le risorse idriche. L’ottimismo dicembrino del presidente dell’Ato Calore Irpino, che all’atto del suo insediamento aveva promesso la revisione del Piano d’Ambito entro poche settimane, è stato smentito dagli eventi successivi che in questi mesi hanno visto le amministrazioni locali, da una parte, e l’Alto Calore Servizi, dall’altra, occuparsi e preoccuparsi di tutto, eccezion fatta che del Piano. I Comuni (o, meglio, la gran parte) non hanno trasmesso i dati richiesti dai tecnici dell’Ato; l’Alto Calore è rimasto impantanato nelle solite polemiche politiche, intervallate – di tanto in tanto – dai consueti appelli ad evitare lo spreco delle risorse idriche.

E proprio partendo dalle ripetute emergenze idriche si può comprendere l’importanza della revisione del Piano d’Ambito. L’Irpinia è una terra di…acqua; il bacino imbrifero del Terminio Cervialto è uno dei più ampi dell’Italia meridionale: date queste premesse, perché manca l’acqua? A denti stretti sono gli stessi vertici dell’Alto Calore a dare un volto alla vera causa dell’emergenza idrica: l’acqua manca perché le tubature fanno acqua. Per riparare le tubature il gestore del servizio idrico dovrebbe effettuare ingenti investimenti e la tariffa dell’acqua dovrebbe essere rimodulata in base ai lavori ed alle manutenzioni da eseguire. Sono tutte questioni che dovrebbero essere affrontate e risolte in sede di revisione del Piano d’Ambito, che, vista l’urgenza, meriterebbe senz’altro maggiore attenzione da parte di una classe dirigente finora “distratta”.

Nel frattempo, c’è chi all’acqua irpina presta molta attenzione. Negli ultimi mesi la Puglia e l’acquedotto pugliese a più riprese hanno fatto la voce grossa per rivendicare i loro diritti sulle risorse idriche della Provincia di Avellino. E se in alcune occasioni la strategia pugliese ha mirato semplicemente a scavalcare l’Ato, stringendo alleanze direttamente con il territorio (basti l’esempio dell’accordo tra l’acquedotto pugliese ed il Comune di Caposele), in altri casi gli interventi dei nostri vicini pugliesi sono stati molto più duri e decisi. La chiusura anticipata del “Festival dell’acqua” di Monteverde, imposta dai diktat pugliesi, testimonia che Bari controlla una porzione significativa delle risorse idriche irpine e, stando così le cose, il rischio che l’Irpinia – in un futuro ormai prossimo - ne perda la gestione sta diventando sempre più concreto.

L’altro grande nodo irrisolto è quello dell’attribuzione del capoluogo della Provincia che verrà, quel “Sannio” che dovrebbe accorpare l’Irpinia e la provincia di Benevento. Fino a qualche mese fa sembrava scontato che Avellino diventasse capoluogo della nuova provincia. Tale convinzione si basava su un presupposto evidentemente, e, cioè, che, poiché sarebbe stata l’Irpinia ad accorpare il Sannio, il suo attuale capoluogo avrebbe conservato il suo status anche dopo la fusione. Se non che, com’è giusto che sia, la scelta deve essere dettata anche da altre considerazioni e motivazioni. Il capoluogo di un territorio provinciale si identifica necessariamente con la città che più e meglio di tutte le altre garantisce la più ampia gamma possibile di servizi a tutti i cittadini della provincia. Ora, dopo anni e anni di letargo, si scopre che –  rispetto a Benevento – Avellino ha maturato un notevole gap in vari settori. Basterebbero due esempi: non ha l’università e non ha una stazione ferroviaria degna di tale nome. Ma anche in altri settori il divario si fa sempre più sensibile: dalle iniziative culturali alla viabilità cittadina, dall’organizzazione degli uffici pubblici alle attività commerciali, Avellino rende parecchi punti a Benevento.

A questo punto sarebbe fin troppo facile processare la classe dirigente irpina, incapace di promuovere una crescita effettiva del capoluogo: il problema non è il passato, ma il presente ed il futuro. Archiviati irrimediabilmente i guasti del passato, gli amministratori ed i politici irpini dovrebbero spiegare agli avellinesi cosa intendono fare per tutelare Avellino. Non serve alzare le barricate. Farlo significa già dare una chiara dimostrazione di impotenza. Servirebbe, invece, una strategia seria di crescita e di sviluppo programmato. E servirebbe, più di ogni altra cosa, avere a disposizione autorevoli rappresentanti in seno agli organi di governo dell’ente che gestirà il nuovo assetto territoriale delle province. Riusciranno i nostri eroi (assessori e consiglieri regionali) a difendere Avellino?

 

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