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    26/05/2024

Menotti: «Ecco perché per Draghi è fondamentale accrescere la fiducia degli italiani verso le istituzioni»

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura6_costituente.jpgROMA – Roberto Menotti, autore di «Decidere. Come le società liberali affrontano la complessità» (Rubbettino) commenta le ultime mosse del presidente del Consiglio.

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Nel presentare il Pnrr, il presidente del Consiglio Draghi ha citato Alcide De Gasperi, che aveva lanciato un avvertimento nel momento più delicato della ripresa nel dopoguerra: «L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune».

Lo stesso De Gasperi aveva però anche scritto, nel 1943 a guerra ancora in corso: «Eliminando ogni discriminazione di partito, di classe e di razza ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino: sistema che ha incontrato obiezioni, ma al quale, dopo molteplici esperienze, si è finito sempre col ritornare, come ad uno strumento rappresentativo che più di ogni altro soddisfa la tendenza popolare all’eguaglianza politica, pur senza impedire l’emulazione dei migliori».

Due punti vanno qui sottolineati, a collegare le sfide di quegli anni con quelle che fronteggia l’Italia di oggi: primo, il sistema della democrazia rappresentativa come soluzione più equilibrata e sicura; secondo, la combinazione di uguaglianza politica e merito (attraverso la “emulazione dei migliori”, cioè la competenza). Si tratta di concetti centrali nella svolta che Draghi sta cercando di imprimere alla cultura politica del Paese, puntando a superare le tentazioni di democrazia diretta (proposta da varie forme di populismo) e a trovare un mix di uguaglianza dei diritti e premio alla competenza o all’eccellenza (che per loro natura sono selettive). In sostanza, l’Italia ha bisogno di ritrovare fiducia nelle istituzioni (l’idea del “bene comune”) in modo da poter liberare il suo potenziale creativo e produttivo. Altrimenti, le garanzie fornite nominalmente da uno Stato molto burocratizzato finiranno sempre per bloccare il dinamismo della società senza neppure tutelare davvero i soggetti più deboli. È questo il circolo vizioso che va spezzato.

Il presidente del Consiglio sta cercando, nel presentare e di fatto avviare il Pnrr, di innescare una dinamica positiva, per cui lo Stato investe (indebitandosi, a partire da un livello di debito pubblico già altissimo) per generare fiducia e dare così slancio a investimenti privati nei settori che possono diventare moltiplicatori di innovazione. Il sistema economico italiano ha infatti accumulato gravi ritardi proprio nei comparti a più alto valore aggiunto – in pratica, la cosiddetta “economia della conoscenza”. Ed è da quei comparti che potrà venire lo stimolo per una fase di crescita e al tempo stesso di trasformazione: una trasformazione tecnologica, sostenibile, e a vantaggio della qualità della vita collettiva.

Le democrazie liberali attraversano a volte fasi come questa, in cui i governi possono fare la differenza non tanto con interventi a tappeto e permanenti, ma piuttosto con politiche mirate che agiscano come una leva per attivare le energie già presenti nella società. L’Italia ha già un settore pubblico molto pesante e ha vissuto ripetute esperienze di gestione inefficiente da parte dello “Stato imprenditore”, soprattutto perché le autorità pubbliche hanno scelto di elargire benefici diretti invece di favorire un ecosistema vivace e competitivo. Gli stessi timori diffusi nei confronti della concorrenza e della globalizzazione, che in parte sono comprensibili in alcune fasce sociali ed economiche, sono stati intensificati dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni nazionali.

L’approccio di Draghi coniuga un ruolo attivo dello Stato e una richiesta ai cittadini di vedere il successo di alcune riforme e dell’innovazione come un obiettivo condiviso. Una democrazia liberale di mercato, nel XXI secolo, ha ancora bisogno che i suoi cittadini credano realmente che le istituzioni rappresentino la “res publica”, cioè la cosa che appartiene a tutti loro.

Su questa visione costruttiva si gioca davvero il futuro dell’Italia.

 

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