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    28/01/2023

Più prevenzione meno polemiche

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b_300_220_15593462_0___images_stories_neve4.jpgIl nevone del 2012 lascia dietro di sé una lunga scia di polemiche, soprattutto per i ritardi con i quali si è intervenuto all’inizio delle abbondanti precipitazioni nevose.

A mente serena, sarebbe però saggio, anziché dare la caccia ai presunti responsabili, trarre insegnamento dagli errori commessi per evitare di ripeterli in futuro. Un primo dato è abbastanza oggettivo: l’emergenza neve si ripete ad Avellino e in Irpinia ogni quindici, venti anni (1956, 1973, 1985, 2012). Anzi, secondo i meterologi, questo intervallo di tempo è in futuro destinato ad accorciarsi sempre più. Appare, perciò, quanto mai opportuno attrezzarsi per tempo e non farsi trovare impreparati, non solo di fronte al nevone, ma anche rispetto a fenomeni sismici che con intervalli fortunatamente più lunghi, ma comunque ciclicamente, si verificano nella nostra provincia.

Un altro elemento sul quale tutti concordano è che in tempi di vacche magre è inutile contare su aiuti “centralistici”. La Protezione civile, in questa circostanza, si è rivelata ormai povera di risorse; l’esercito è rimasto nelle caserme, la stessa Regione ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Quando, poi, come in questo caso, le nevicate si sono abbattute su quasi tutto il territorio nazionale diventa una pia illusione la speranza che possano essere dirottati in Irpinia uomini, mezzi e risorse.

Qualcuno ritiene che non siamo stati bravi a sollecitare l’attenzione dei media nazionali, tutti concentrati innanzitutto sulla lieve nevicata romana, e poi sulla Romagna, sulla Toscana, sulle Marche, sull’Abruzzo e sulla Basilicata. In realtà anche in questo caso l’Irpinia ha scontato la sua posizione sempre più avulsa dalle grandi vie di comunicazione, il suo isolamento sempre più drammatico, anche quando non nevica e splende il sole. Diciamocelo francamente: se tutta l’Irpinia è bloccata dalla neve non se ne ha ripercussione alcuna sul resto d’Italia. La neve in Toscana o nelle Marche interrompe, invece, le grandi vie di comunicazione lungo il Tirreno e l’Adriatico.

Se l’analisi è corretta, quali gli insegnamenti da trarne? Innanzitutto che dobbiamo imparare a fare da soli, senza aspettarci aiuti dall’alto. Questo significa, per limitarci alla realtà del capoluogo, che il Comune di Avellino (ma il discorso vale a grandi linee anche per gli altri paesi dell’Irpinia) deve essere pronto a far fronte ad eventuali emergenze, senza improvvisazioni ma predisponendo piani accurati ed annualmente aggiornati. In secondo luogo, non essendo pensabile, che il Comune si attrezzi acquistando mezzi che verrebbero usati una volta ogni vent’anni, è necessario stipulare per tempo convenzioni con le imprese che di questi mezzi dispongono. È di tutta evidenza, infatti, che rivolgersi (come ha fatto il Comune di Avellino) ad imprese di costruzione, quando le richieste provenivano da tutti i paesi della provincia, significa far lievitare sensibilmente i costi. Infine occorre predisporre una precisa catena di comando: nell’emergenza ognuno deve sapere cosa fare e a chi rispondere.

A questo proposito sarebbe forse opportuno tentare di ripristinare un’esperienza che in passato ha dato risultati positivi. Mi riferisco ai comitati di quartiere. Attenzione: non parlo delle abolite circoscrizioni, con le indennità e i gettoni di presenza. Mi riferisco, invece, all’esperienza di chi vive ed opera e conosce le varie zone della città. Una delle difficoltà che si è dovuto fronteggiare nell’emergenza neve è stata quella di individuare e soccorrere anziani che vivono da soli, persone malate e rimaste senza medicine, disabili. In una situazione di emergenza sarebbe di fondamentale importanza poter disporre da subito di mezzi, uomini e conoscenza dei luoghi. Perché non tentare di individuare nelle varie zone della città dei comitati pronti ad intervenire immediatamente, formati dal contadino che dispone di un trattore, dal parroco che conosce i poveri della parrocchia, dal farmacista che sa chi ha bisogno di medicine salvavita, dei giovani, dei boy scout, delle associazioni pronte a rimboccarsi le maniche e ad intervenire in caso di bisogno?

Gruppi di pronto intervento, insomma, da mobilitare in caso di necessità. Sarebbe anche un modo efficace per riscoprire la solidarietà e lo spirito civico.

 

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