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    28/01/2023

Le vittime dei tagli

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I tribunali di Ariano Irpino e Sant'Angelo dei LombardiSta per abbattersi anche sull’Irpinia la scure dei tagli alla spesa pubblica decisa dal governo Monti. Le prime vittime illustri della politica di spending review saranno quasi tutte le sedi giudiziarie irpine. Scompariranno i tribunali di Ariano Irpino (accorpato a quello di Benevento) e di Sant’Angelo dei Lombardi (accorpato a quello di Avellino), la sezione distaccata di Cervinara (accorpata al tribunale di Avellino), e tutti gli uffici del Giudice di pace presenti in provincia, tranne quelli di Avellino, Ariano e Sant’Angelo dei Lombardi.

In realtà, però, non sono molto chiari i tempi e le fasi della chiusura delle sedi giudiziarie soppresse. Secondo le intenzioni del governo, le strutture che attualmente ospitano i tribunali soppressi continueranno ad essere utilizzate per cinque anni per attività giudiziarie. Ciò potrebbe significare che ancora per qualche anno alcune delle cause formalmente attribuite al tribunale di Avellino e a quello di Benevento continueranno ad essere trattate – rispettivamente – a Sant’Angelo ed Ariano.

Ma, oltre che le sedi giudiziarie, i tagli di Monti rischiano di far saltare persino la Provincia di Avellino. Finora politici ed amministratori non avevano affrontato la questione perché confortati dai criteri che il governo aveva individuato in precedenza per stabilire quali Province sarebbero sopravvissute alla falcidia. Fin dall’agosto scorso, l’orientamento era quello di lasciare in vita che fossero in possesso di almeno un requisito, scelto tra quello del numero di abitanti e quello della superficie territoriale. Negli ultimi giorni, però, l’orientamento è mutato: per sopravvivere le Province dovranno possedere entrambi i requisiti. Stando così le cose, la Provincia di Avellino è destinata a scomparire a causa delle dimensioni della sua superficie territoriale. Stessa sorte per le Province di Caserta e Benevento alle quali verosimilmente l’Irpinia sarà accorpata. Tra qualche mese, quindi, si aprirà una partita importante, quella, cioè, che avrà come esito l’individuazione del capoluogo della nuova mega-provincia. Perdere lo status di città capoluogo produce conseguenze negative non solo e non tanto in relazione alle funzioni e competenze dell’amministrazione provinciale (che continuerà ad occuparsi solo di ambiente, trasporti e viabilità), ma anche e soprattutto in prospettiva della soppressione degli uffici periferici delle amministrazioni e degli enti pubblici statali.

Scomparsa la Provincia, scompariranno anche la prefettura, la questura, l’Agenzia del territorio (il vecchio catasto), la Direzione provinciale del lavoro, e tante altre strutture pubbliche che operano nelle città capoluogo. Avellino, insomma, nel giro di pochi mesi rischierà di fare un salto indietro di due secoli, quando era una piccola cittadina della circoscrizione di Montefusco. Se questo sarà lo scenario prossimo venturo, le conseguenze sull’economia irpina (e su quella della città di Avellino, in particolare) saranno devastanti, perché sarà messo in crisi uno dei suoi settori più importanti, quello dei servizi.

E proprio questo scenario impone una riflessione sulle scelte e sull’operato delle classi dirigenti irpine negli ultimi decenni. Non può essere un caso, infatti, se è stata proprio l’Irpinia a subire gli effetti più devastanti dei tagli delle sedi giudiziarie in Campania (dei tre tribunali soppressi nell’intera regione, due sono proprio quelli irpini). E, ancora, non può essere un caso se è proprio Avellino a rischiare di perdere lo status di città capoluogo.

Il fatto è che amministratori e politici, soprattutto dalla metà degli anni Ottanta in poi, hanno progressivamente trascurato le strategie di crescita e di sviluppo economico, sociale e culturale del territorio, per concentrarsi, invece, su opzioni di piccolo cabotaggio, funzionali ad incrementare nel breve periodo clientele e rendite di posizione. Da questo punto di vista è auspicabile che la politica di spending review del governo Monti venga attuata fino in fondo, anche in relazione a quelle norme che sconvolgono gli assetti della governance delle società a partecipazione pubblica, laddove è previsto che gli organi di amministrazione siano drasticamente ridotti e – soprattutto – che ne facciano parte quasi esclusivamente funzionari e dirigenti delle società. Espellere i politici dai posti di comando nelle società pubbliche potrebbe forse essere il primo passo di un nuovo percorso di sviluppo e crescita per la nostra (ex)provincia.

 

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