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    28/01/2023

Dalla Città giardino alla città Arlecchino

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita_torre_orologio.jpgAVELLINO – Quando e se la minaccia della pandemia sarà superata, dove andrà Avellino? Dove l’Irpinia? Il difficile tempo che stiamo vivendo non ci esime dal tentare di dare una risposta a queste domande, anzi, le rende più urgenti e pressanti che in passato.

Cominciamo col dire che la definizione di Avellino come “una città senza storia” è da ritenersi falsa oltre che ingenerosa. Forse perché apparteniamo alla generazione nata nel primo decennio del secondo dopoguerra, che è passata dal tempo delle rovine a quello della rinascita, attraversando tre epoche, caratterizzate da culture, economie, ideali, profondamente radicati e diversi: il medio evo, la modernità, la post-modernità. E questo, nel ristretto arco degli anni che vanno dal 1945 al 1989, dalla fine della guerra alla caduta del muro di Berlino.

La generazione di mezzo, tra quella precedente la guerra e quella nata negli anni del miracolo economico, ha vissuto il passaggio da una civiltà millenaria, caratterizzata dal tempo ciclico e dalla ripetizione di forme di vita identiche a se stesse, a una dimensione del tempo come accelerazione del progresso in maniera incontrollabile. È la generazione di persone che sono eredi di una cultura estinta, la cultura dei nostri padri, delle nostre madri, di coloro che hanno scritto la lingua in cui il nostro paesaggio interiore è stato dipinto e delineato, ma che poi si è trovata immersa, in un istante,  nel pieno di una sorta di tumultuosa processione in marcia verso una cultura altra, verso un linguaggio e verso forme di vita aliene, caratterizzate da una costante trasformazione. Essa è perciò la generazione più fragile, non avendo avuto la possibilità di realizzarsi pienamente in nessuno dei due tempi; avrebbe dovuto farsi carico della funzione di mediazione; ma ciò non poteva ormai avvenire nei modi e nei termini della tradizione, non era più possibile una trasmissione naturale di valori e comportamenti, saperi e costumi appresi secondo il ritmo dei giorni di lavoro e di festa, secondo i gesti dei mestieri, i riti dell’età e dei sessi.

Abbiamo dovuto cominciare a ricordare, prima ancora di poter vivere, ciò che ci era impossibile tramandare, essendo forti solo dell’esperienza di un passato che dileguava velocemente, privati, quindi, dell’arma invincibile della consuetudine; abbiamo così trasmesso ai nostri figli ricordi di un’età che a noi appariva favolosa, irreale, e che ad essi risultava ormai giunta alla fine, spenta, mortifera. Adattati a vivere nelle tane e negli interstizi di un mondo in dissipazione, costretti a trasmette ricordi e modi d’essere attraverso la parola, prima orale e poi scritta, siamo diventati i guardiani di un mondo che era sul punto di finire e di cui non si poteva che affrettare la fine: non aquile, quindi, ma avvoltoi. La catena delle generazioni così si spezzava e si trasformava in una pura continuità di parole, di messaggi trasmessi e mai arrivati a destinazione, di libri, prima, di mezzi tecnici, poi. Gli uccelli guardiani tacciono o lanciano impazienti stridule grida.

A guardare le fotografie di quei bambini scattate qualche anno dopo si vedono gambe magre, toraci stretti, mani serrate in pugni timorosi, grandi occhi perduti nel vuoto o smarriti. Si osserva anche un altro tratto comune: una certa aria docile, come a voler mostrare una pazienza da adulti, e una sorta di allegria da sopravvissuti increduli, come destinatari di un regalo che si sa di non aver del tutto meritato.

Se dal ’45 si salta al 1960, l’anno che segna il passaggio dall’infanzia all’età puberale, si scopre un’atmosfera diversa. Quei bambini sono diventati adolescenti, frequentano le scuole superiori, appaiono meglio nutriti, speranzosi e tuttavia malinconici. Nello stesso anno la triade Kennedy- Papa Giovanni-Kruscev aveva avviato un percorso nuovo e comune, quel percorso che sarà chiamato del “disgelo”, parola che non indicava solo lo sciogliersi di nodi politici che avevano aperto ferite uguali e profonde, ma anche e soprattutto lo sciogliersi del gelo interiore, il riacquisto della vista e dei sensi, non ancora quello gioioso e anarchico che sarà di un lungo momento del Sessantotto, ma tuttavia nuovo. Un tratto che ricordo come il lampo di quella nuova “cosa” che si respirava nell’aria fu l’esplosione di una musicalità per noi sconosciuta, la musicalità delle genti afro-americane, che divenne presto modo di vivere, lingua, colore, movimento.

Tre anni dopo, nel 1963, l’epoca dell’incanto era già finita. Uno dopo l’altro i membri della triade eletta scomparvero e l’uccisione del presidente Kennedy fece violentemente porre tutti i freschi neo-diplomati di fronte alla ferocia della storia; il futuro collettivo celava una inquietudine profonda, diventava una sorta di grande paese di cui non esista la mappa. Per molti di noi la morte di Kennedy segnò anche il passaggio, psicologico anche se non ancora anagrafico, all’età adulta, che, all’epoca, coincideva con la fine della scuola e, quindi, dell’amicizia e della complicità. La vita successiva fu il modo in cui ciascuno fu costretto a oscillare tra il sogno di una nuova e più vasta amicizia e il risveglio del proprio io, privato di legami e di illusioni. Si formarono il partito dei complici e quello dei fuggiaschi, entrambi dolenti, entrambi, in qualche modo, crudeli.

Aveva avuto inizio la grande trasformazione; finita l’età di mezzo, si era precipitati nella modernità, nella cattiva modernità. Alla comunità subentrava l’individuo-massa, alla “piazza” – in cui la gente si guardava negli occhi e si riconosceva – si sostituiva il guscio metallico dei condomìni e delle auto, il lavoro nei campi, che bruciava i corpi e trasformava gli uomini in rocce e nodosi tronchi d’albero, diveniva l’atletica della fabbrica, dei viaggi della speranza di persone disperate, il lungo e paziente traccheggiare intorno all’acquisto di una “vettura” (cioè, di un mulo o di in asino) era rimpiazzato dai voli delle cambiali, la “festa”, la libertà ciclica del tempo e dello spazio dalla fatica, diveniva la quotidiana clausura di fronte allo specchio del televisore. L’industria e l’impiego, anche da noi, avrebbero sostituito la rendita e la campagna se ce ne fosse stato il tempo. La metamorfosi era stata incompleta: la società arcaica, la sua millenaria povertà, resistevano al cambiamento, troncato, molto presto da una trasformazione ancora più grande, l’avvento della società immateriale, la sostituzione dell’immaginario al reale, del simbolo alla cosa. È il mondo attuale, che, però, rappresentò, per l’Irpinia, un’imprevedibile esplosione di nuovi e promettenti inizi.

Dopo la falce del terremoto, in un paesaggio umano e materiale da ricomporre, in paesi devastati popolati da fantasmi del passato, nacque, dapprima, il desiderio di portare alla luce il tesoro nascosto delle radici, di un passato immateriale ancora presente e attivo nella memoria. Ovunque, sull’onda di una spinta da tempo sollecitata da gruppi di intellettuali raccolti intorno a Quaderni Irpini, Riscontri, Centro Dorso, Samnium, Civiltà altirpina, Radio Irpinia, e una molteplicità di periodici, tra i quali L’Irpinia, oggi quotidiano online, si moltiplicarono le ricerche sulle stratificazioni storiche dei territori, non tanto e non solo per la curiosità di conoscere meglio il nostro dileguante passato, quanto per poter muovere da quel passato per generare il futuro.

La sintesi, come avemmo modo di scrivere sull’“Irpinia” già alcuni decenni fa, era costituita dal programma di “rinnovare la tradizione” insieme con l’intento di “dare radici alla innovazione”: forse senza averne la presunzione, scorgevamo la cornice per entrare a pieno titolo nell’epoca della post-modernità. Ed infatti, a partire dagli anni ’90, cominciò a cambiare l’atteggiamento degli irpini di fronte allo sviluppo; si andò ben oltre l’attesa di un qualche intervento da parte del firmamento politico per dare corpo e sangue al nostro futuro, si conobbe e si diede vita a una voglia di iniziativa nuova, si cercò, per ogni comunità, l’idea capace di fondarla e di farla crescere. Le parole chiave divennero territorio e comunità, la città capoluogo, in primis, si sarebbe raccolta in comunità e sviluppata dentro l’idea della “Città giardino”.

Non vale la pena ricordare le tante ragioni – naturali, umane, artificiali – che hanno interrotto questo processo. Va però detto che esso non è affatto spento: ha lasciato dietro di sé tante scintille ancora accese, che vanno dalla nascita di una economia fondata sulle risorse della nostra natura, della nostra terra, alla persistente molteplicità delle iniziative culturali, delle riviste, dei quotidiani delle case editrici, del turismo, di una recuperabile dignità urbana. Si può dire che oggi si tratta di raccogliere in unità i pezzi di una ipotetica Città-Arlecchino.

La sola unità possibile, al presente, è quella che nasce dalla mistura: ma i mille colori del manto di Arlecchino, fondendosi nel vortice del movimento, diventano il bianco del vestito di Pierrot lunare o di Pulcinella solare. I tanti colori del miscuglio si risolvono nella loro somma bianca, così come il corpo del viandante assimila e trattiene le varie differenze vissute durante i viaggi e ritorna a casa meticciato di nuovi gesti e di altre usanze, fusi nelle sue attitudini e funzioni, al punto da poter vedere che nulla per lui sia cambiato.

 

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