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    28/01/2023

UNA NUOVA IRPINIA?

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Lanalisi-Politica_angelo_klee.jpgAVELLINO – Siamo di fronte all’inusitata necessità di progettare per il futuro ciò che di per sé non può nemmeno essere previsto, di progettare, cioè, una nuova storia. È, questa, una necessità che gravita non su questa o quella realtà umana, geografica, politica, bensì sul nocciolo stesso della vita. Walter Benjamin aveva definito i tratti di tale inumano compito, attribuendolo però a quello che, sulla traccia di un celebre acquerello di Paul Klee, definiva come “l’angelo della storia”, un principio agente al di fuori del potere del singolo essere umano, principio, però, esso stesso soggetto a una forza superiore che, come una tempesta celeste, lo trascina via dal passato verso un futuro ignoto. Scrive Benjamin: “C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

La storia, suggerisce Benjamin, è come una corda tesa tra un passato di rovine e di lutti, che aspetta di essere redento e riportato alla luce, e un futuro ignoto da cui è presa di spalle, che non potrà che accrescere il carico di rovine dal quale è preso di fronte. Il progresso “è questa tempesta” che non si lascia governare. L’uomo fa la storia a partire dalla realtà luttuosa del suo presente animato dal sogno di un paradiso di là da venire, che in realtà non potrà che essere una nuova, atroce catena di lutti.

Dunque, nessuna speranza?

Incombe, infatti, su di noi lo stesso destino dell’angelo di Benjamin: doversi opporre al corso precipitoso della storia contro le sovrumane potenze che lo governano.

Se, con la mente, andiamo a ritroso fino ad un passato preistorico, scopriamo che la stessa impresa aveva preteso Noè dai suoi contemporanei quando, indossate le vesti del lutto, aveva annunciato loro la fine ad opera del diluvio, affermando, al contempo, che la catastrofe era già avvenuta, che tutti erano già nel regno delle ombre. “L’abito che vi si addice non è quello del lutto per la perdita di un congiunto, aveva sentenziato, perché spenti non sono gli altri, ma voi stessi”.

Disegnando ai suoi interlocutori lo spettrale filare dei loro fantasmi, tuttavia, con una profezia, che non poneva la sciagura nel futuro ma nel passato, contrastando il normale corso del tempo, egli indicava la via della salvezza; era la via che convince a costruire un’arca per trasferire il passato nel futuro, per conservare la vita tra i marosi delle tempeste che la storia infligge periodicamente agli uomini: pensare il futuro come già avvenuto. È tutto ciò che oggi è possibile fare: non potremmo pensare alla necessità dell’arca fin quando non ci accorgessimo che non viviamo in una tenda nel deserto, ma trai flutti di un oceano ingannevole.

Il futuro dell’Irpinia è nella costruzione di una specie di arca. È questa che dobbiamo impegnarci a fabbricare, una nave che abbia remi e vele per il deserto. Non una nave da crociera o da guerra, che non abbiamo mai posseduto, ma un’imbarcazione fatta per evitare gli scogli e portare in salvo quanti ripongono in essa la propria fiducia e vi custodiscono le proprie ricchezze. Di queste proponiamo l’elenco: la fatica accettata e cercata, l’intelligenza sempre sveglia, la fraternità delle nostre comunità, il legame profondo a una natura capace di splendore e di inattesa bellezza, l’amore per il sapere che parla al loro cuore, la straordinaria solidarietà verso i deboli e l’apertura mentale in direzione della diversità.

Piuttosto che proporre l’elenco avverso e simmetrico di ciò che sarà lasciato a terra, occorre indicare, almeno per cenni, l’essenza di una topografia della salvezza possibile. In un intervento su questo giornale di qualche tempo fa, indicammo nel sistema dei mulini costruito dai Caracciolo un modello esemplare da seguire (di tale sistema compie un’analisi accurata e profonda il lavoro di ricerca che svolge da decenni Franco Barra). L’idea da cui partirono i signori del passato ci appare essere stata quella della creazione modulare di un intreccio di reti finalizzate allo sviluppo complessivo delle potenzialità già presenti. Un intreccio di attività economiche diversificate, di sviluppo del territorio, di servizi convergenti e collegabili, di possibilità di comunicazione tra le parti, di modelli di integrazione tra passato e futuro.

La perspicuità di quella idea consisteva nel fare riferimento a un vettore, se non unico, almeno dominante: la centralità dell’energia idrica come strumento di base per la realizzazione del progetto. Le acque dei fiumi, i mulini che producevano, a monte, la potenza necessaria ad attivare le varie attività e consentivano, allo stesso tempo, che queste potessero interagire, la navigabilità del più importante corso d’acqua dell’area, la conseguente cresciuta facilità delle comunicazioni e degli scambi, tutto ciò indica che, anche e soprattutto oggi, in assenza di un unico elemento motore di una intera possibilità di crescita, diventa inutile elencare rapsodicamente le potenzialità rappresentate da questo o quell’altro settore di vita e di sviluppo.

Non basta agire, come si dice, in rete. Occorre pensare all’esistenza di una rete delle reti, a un fiume che possa connetterle potenziandole tutte. Certo, ogni tempo ha il suo fiume, ed oggi, crediamo, non riusciamo ancora a vederlo. Dobbiamo cercarlo, possibilmente a partire da una visione delle cose e di ciò che siamo non faziosa o parziale.

 

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