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    28/01/2023

Il silenzio degli innocenti

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita8_trib1.jpgAVELLINO – Qualche tempo fa l’ex Procuratore della Repubblica di Avellino, Rosario Cantelmo, dichiarò apertamente che nel panorama regionale della criminalità organizzata l’Irpinia non è un’oasi felice. Sembrava (e sembra) un’ovvietà. La storia degli anni immediatamente successivi al sisma del 1980 testimonia la presenza ingombrante di gruppi criminali che erano impegnati nel territorio irpino in operazioni di assoluto rilievo legate alla gestione della ricostruzione. Nello stesso tempo, però, nella comune percezione dell’opinione pubblica la penetrazione della criminalità organizzata sembrava limitata a contesti territoriali circoscritti (Vallo Lauro e Valle Caudina, soprattutto) e/o a clan con ramificazioni ridotte e chiaramente individuabili.

La novità, se è lecito dirlo, della dichiarazione di Cantelmo risiedeva nel fatto che di fatto scoperchiava il vaso di Pandora di un fenomeno diffusamente presente nella città capoluogo e nell’intero territorio provinciale, oltre che nelle classiche enclaves, in cui – peraltro – è stato efficacemente contrastato.

Le recenti indagini sui vari giri di estorsione e sulle aste giudiziarie hanno chiarito ancora di più la portata delle infiltrazioni camorristiche che – è un dato acclarato – non provengono più solo da organizzazioni esterne, ma anche e soprattutto da gruppi autoctoni, operanti ad Avellino ed in provincia. Non solo: è sempre più chiaro che si tratta di fenomeni non più legati solo ai classici illeciti quali il traffico di stupefacenti, il gioco d’azzardo, lo sfruttamento della prostituzione, ecc. La criminalità organizzata autoctona, rinnovando i “fasti” e la “tradizione” dei gruppi camorristici calati dal Napoletano nell’Irpinia degli anni Ottanta, ha fatto un salto di qualità dedicandosi sempre più diffusamente ad attività che appartengono al mondo delle istituzioni, appalti ed aste giudiziarie in primis. E in molti casi, per raggiungere i propri scopi, la criminalità locale ha scelto una strada che in Irpinia non era mai stata percorsa: è la strada che porta diritta al tentativo di strumentalizzazione degli apparati istituzionali, talvolta anche mediante pervicaci tentativi di infiltrazione negli enti pubblici.

Diamo per scontato che le istituzioni preposte, a partire dalla magistratura, stiano affrontando con la dovuta energia ed efficacia il fenomeno. Da questo punto di vista, è confortante l’attenzione che la Dda di Napoli sta dedicando all’Irpinia promuovendo inchieste che promettono di approdare (e, in parte, sono già approdate) a risultati clamorosi. Ed è altrettanto confortante l’operato delle forze dell’ordine e dei rami periferici delle amministrazioni statali, a partire dalla prefettura che ha avviato il procedimento che ha portato allo scioglimento del Consiglio comunale di Pratola Serra per infiltrazioni camorristiche (altro segno inquietante dei tempi).

Restano, però, pericolosamente inerti e silenti tre fronti: quello della politica, quello delle amministrazioni locali, e, infine, quello dell’opinione pubblica. A dispetto delle gravissime questioni e problematiche emerse, la classe politica provinciale ed i suoi esponenti (anche a livello nazionale) hanno brillato, salvo che in rari casi, per la loro assenza e per il loro silenzio. Particolarmente grave sembra essere quello del sottosegretario agli Interni, che non ha trovato tempo e modi per esprimere pubblicamente le sue preoccupazioni (si dà per scontato che ne abbia) e per esporre le misure e le iniziative che si propone e propone di assumere per contrastare i fenomeni criminali. Vien da dire, però, che la condotta tenuta dal sottosegretario è la rappresentazione plastica dell’inerzia di tutti i partiti e movimenti politici, troppo impegnati a disquisire sulle loro questioncine interne e poco interessati ad affrontare i problemi (anche quelli più evidenti e gravi) del territorio che pretendono di tutelare e rappresentare.

E che dire di qualche amministratore locale che, pur dovendo fronteggiare chiari e provati tentativi di penetrazione ed infiltrazione criminale, non dà mostra di interessarsene, dedicandosi a ben altre iniziative e disquisizioni che sarebbe generoso definire effimere? Delle due, l’una: o non vede la mala erba che gli cresce attorno; o fa finta di non vederla. Nel primo caso, è incapace ad amministrare e va mandato a casa prima che possa far danni irreparabili; nel secondo caso, e nella migliore delle ipotesi, è connivente.

Resta, infine, un ultimo fronte silente. È quello più importante, quello dell’opinione pubblica. Negli ultimi anni, e – quindi – anche in era pre-Covid, è merce rara l’indignazione (e, ancor più, l’impegno) dei cittadini e dell’intera comunità provinciale. E, tuttavia, si tratta degli stessi cittadini che intasano i social con verbosi ed inutili post sulla lotta alle mafie e sulla commemorazione delle vittime e degli eroi delle guerre di mafia. Si tratta degli stessi cittadini che partecipano o addirittura organizzano cortei o manifestazioni quali, ad esempio, la “giornata della legalità” o la “giornata della lotta alle mafie”. Sembra, insomma, che per noi tutti la camorra non appartenga alle nostre irreprensibili vite e che, quindi, sia giustificato il nostro silenzio, il silenzio degli “innocenti”.

 

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