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    09/02/2023

Neo-Avellino. Gli spazi vuoti dell’esistenza

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – Con l’arrivo dell’autunno e alla vigilia di importanti decisioni relative al nostro futuro, ci sembra che sia giunto il momento di dare risposta a una domanda che avremmo dovuto porci da tempo: siamo, noi cittadini di Avellino, padroni effettivi delle nostre vite? La domanda non deve sembrare risultato delle fantasie nostalgiche di qualche innamorato del passato, dei rimpianti di chi confronta l’Avellino di oggi a quella della sua adolescenza o della sua giovinezza. Quella Avellino non esiste più da tempo, almeno a far data dalla sera di novembre in cui la città fu violentata, nella carne e nell’anima, dal terremoto e ciò che ne seguì. Da quel momento il ponte con il passato e, quindi, con il futuro, venne definitivamente distrutto. Era nata un’altra città, la città della corsa all’oro, dei pionieri del far west, della ricchezza facile e perciò effimera.

La domanda si riferisce a questa nuova città che, non avendo più rapporti di continuità con la vecchia, noi chiameremo Neo-Avellino, come Napoli, i cui cittadini, essendo costretti a trasferirsi in uno spazio sconosciuto, cominciarono a chiamare tale spazio e ciò che vi edificarono Nea-Polis, città nuova, Neapolis, quindi Napoli.

Ci chiediamo, dunque, se gli abitanti della Neo-Avellino sono effettivamente padroni delle loro vite: la domanda è rivolta proprio a loro, alla loro coscienza e capacità di riflessione. Li invitiamo, quindi, e invitiamo noi stessi, costretti a una vita “fuori luogo”, esuli di una città fantasma, a prendere consapevolezza di processi ed eventi che possono non essere, nell’immediato, facilmente riconoscibili.

Il primo settore di questi processi ed eventi riguarda la dinamica economica delle attività produttive, come il commercio e quella frazione del terziario avanzato identificabile oggi, per la sua natura e consistenza, con quello delle cosiddette partite Iva (piccoli imprenditori, piccoli professionisti, piccoli lavoratori autonomi, insomma i “piccoli”). Cominciamo da questo. Si osserva da più parti, magari esagerando, che sono proprio i “piccoli” – la “pancia del Paese” – ad aver pagato, già da prima del tragico avvento della pandemia, il prezzo più alto della crisi economica. Essi sono rimasti, per così dire, orfani di ogni appartenenza, dal momento che la stessa crisi ha spinto la triade governo-Confindustria-sindacati a chiudere il capitolo della concertazione e a interrompere gli spazi di dialogo con i non garantiti.

Ce ne accorgiamo quando vediamo imprenditori costretti a fare la fila in banca per chiedere credito e non chiuder bottega, quando i giovani licenziati dai grandi studi di avvocati e architetti aprono la partita Iva per mancanza di alternative, quando i consulenti del terziario avanzato pagano all’Inps lauti contributi per pensioni che forse non matureranno. Nel Paese, quattro milioni di piccole aziende, otto milioni di partite Iva rappresentano un patrimonio di imprenditorialità, ma chi ne fa parte, da quando apre bottega fino a sera, ha la sensazione di lavorare “contro” e fatalmente chiude. Qui da noi, a livelli molto più bassi e magri, il fenomeno ha tuttavia rilievo maggiore e più profondo: soprattutto i giovani che vi sono coinvolti hanno solo due vie d’uscita, o emigrare o cercare una sistemazione nel pubblico impiego, ivi compresa la scelta religiosa e quella militare. Se chiedessimo loro di dire ad alta voce se sono o si sentono padroni della vita che conducono, credo che andrebbero, con ragione, su tutte le furie.

La spina più dolorosa è, tuttavia, quella della scomparsa progressiva dell’artigianato locale e del piccolo commercio di qualità, che erano stati da sempre la più diffusa e caratterizzante fonte di reddito della città. La diffusione totalizzante della produzione di serie ha cancellato l’uno e l’altro dal centro della geografia economica, ha sepolto nell’archivio di ciò che scompare senza lasciare tracce il calzolaio e il venditore di tessuti raffinati, l’incisore dell’arte del rame e il titolare di un negozio di mobili ricercati o antichi. Ma la produzione di serie, se spiega a sufficienza la scomparsa dell’artigiano, non è sufficiente a capire quale ragione sia all’origine della crisi profonda di una miriade di operatori nel settore del commercio di qualità.

Certo, la vendita di tutto mediante il commercio per corrispondenza, insieme con l’espansione della grande distribuzione in ogni settore, ha inferto u colpo mortale ai titolari dl librerie, si alimentari di pregio, di antiquariato o di abbigliamento o di sartorie di lusso, ma, per avere un quadro completo occorre aggiungere una causa specifica al processo generico. Questa causa, ad Avellino, dopo la catastrofe del terremoto, coincide con lo strozzinaggio: il piccolo commerciante di qualità, dopo aver esplorato e percorso fino in fondo ogni possibile altra via (l’aumento dei prezzi, l’aiuto delle istituzioni, il vassallaggio al potente di turno, il soccorso di qualche banca generosa o di amici fidati), rimasto tuttavia solo, disperato di fronte alla marea inestinguibile dei debiti, per non chiudere bottega si rivolge al titolare in persona del male che lo uccide: lo strozzino. Costui è l’anello terminale di una unica catena che comprende le figure emergenti della nuova società: burocrati da corrompere, finanzieri e speculatori capaci di vendere illusioni, politici che ti danno una mano e te ne tolgo due o, a scelta, la faccia e l’onore, tutti corruttori, tutti capitalisti senza capitale, tutti obbedienti al principio che solo il danaro acquista altro danaro. Lo strozzino li incarna tutti, perché di quel principio è il creatore e la più alta espressione, il vero volto mistico, nel suo totale abbrutimento e totale spoliazione di ogni traccia di legame sociale. Vendere il denaro per ottenere altro denaro è la regola che governa lo spirito dei tempi, una regola che si afferma e si conclude quando la vittima muore o si assottiglia fino a dileguare. Questa la sorte di non pochi mercanti della vecchia Avellino che hanno scalato tutto il calvario che quella regola comanda.

Coloro che si sono salvati hanno dovuto rinunziare a ciò che per loro era la più importante: una vendita onesta di ciò che è bello: un bel libro, un bel vestito, una bella scrivania, una bella torta o un buon panino con il salame; tutto questo, insieme con lo stile da vecchio signore del mercante che ne era titolare, è andato perduto. Tutti noi siamo stati espropriati di un diritto, quello alla bellezza del valore d’uso, un diritto da far valere almeno una volta nella vita, nel giorno della festa, nell’umico giorno in cui ciascuno può credere di aver vinto il palio.

E così è accaduto in tanti altri settori. In quello della mobilità sociale, un gradino della scala, è venduta dallo strozzino politico, che ha il potere sufficiente alla compravendita delle anime. Nel settore del mercato immobiliare basta riferirsi ai tanti gestori delle aste, nelle quali si vendono e acquistano appartamenti in base non al loro valore di mercato (ad Avellino sono migliaia i vani invenduti malgrado i prezzi stracciati), bensì alla moneta del dare e ricevere favori personali degli altri strozzini: professionisti a vario titolo, amministratori di istituzioni pubbliche, facoltosi imprenditori e via di seguito. Specifico del politico è il settore pubblico, a cominciare dalle istituzioni che presiedono alla sanità per finire a quelle deputate alla istruzione o alla amministrazione locale. In tutte queste si accede mediante concorso: basti contare il numero dei ricorsi che ne costellano le procedure, i marchiani errori, le connivenze tra esaminatori ed esaminandi, in certi casi la notoria incapacità dei vincitori, per avere almeno qualche sospetto sulla effettività del concorso inquisito.

Si delinea la figura della classe dirigente nella nuova società: strozzini, funzionari, politici politicanti, amministratori sono i padroni che governano la mobilità sociale, la sanità, l’economia, il mercato. le università, la ricchezza e la povertà, la proprietà. Di tutti costoro noi siamo schiavi, perciò viviamo non la nostra vita ma quella che loro decidono debba essere la vita. Ecco perché, quando vediamo nascere una casa editrice o una testata giornalistica autonome, o leggiamo di un vino irpino che è salito sullo scenario nazionale, dobbiamo gioire come il giorno in cui nasce un nostro figlio. È possibile essere decisori unici della propria esistenza, come mostrano i creatori di una originale editoria o di un originale aglianico da tavola. Basta seguire il loro esempio.

 

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