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    05/02/2023

L’anniversario/Protezione civile, trasformazioni territoriali e profili ambientali

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica-Editoriale_la_statua_di_carlo_ii_dasburgo_e_la_torre_dellorologio.jpgAVELLINO – Si è celebrato qualche giorno fa, senza particolare enfasi, con interessanti iniziative promosse soprattutto da Ordini professionali, il trentanovesimo anniversario del terremoto del 23 novembre 1980 in attesa del rotondo quarantennale del prossimo anno che prevedibilmente sarà ricordato in modo più intenso e solenne.

Con il passar del tempo, come è naturale, tende ad affievolirsi l’intensità e profondità della memoria di quel tragico evento storico-naturalistico, cui probabilmente non è stata ancora dedicata una adeguata ed organica pubblicistica (sarebbe, ad esempio, auspicabile la costituzione di un apposito museo del terremoto), pur disponendosi di molte ricostruzioni di varia estrazione e provenienza ma frammentarie ed occasionali. Intanto scompaiono testimoni storici e protagonisti diretti di quella vicenda, mentre sono sempre più folte le nuove generazioni nate dopo quella data e che riportano di quell’evento una conoscenza sempre più indiretta e distante.

Il 26 gennaio scorso è purtroppo scomparso l’on. Giuseppe Zamberletti che, prima da alto commissario e poi da ministro senza portafoglio, è stato protagonista illuminato ed onesto sia dell’immediato post-sisma che dell’avvio della ricostruzione – dal 25 novembre 1980 fino al 1984 con la gestione stralcio – ma, soprattutto, è stato il fondatore ed ispiratore del nuovo modello di protezione civile, come evoluto all'attualità. Eppure è doveroso coltivare ed approfondire la memoria degli eventi, che offre spunti di riflessione sempre nuovi ed originali, non solo per alimentare la conoscenza come fonte di cultura storica ma soprattutto per disporre di chiavi di lettura funzionali ad interpretare i fenomeni storico-sociali del nostro territorio, i processi politico-istituzionali ed anche l’evoluzione normativa ad essi correlata. Il nostro Paese ha purtroppo vissuto un ricco ed articolato catalogo di calamità e catastrofi, di varia entità e tipologia, periodicamente aggiornato, nel cui ambito gli eventi sismici – a cui quasi tutta l’Italia è strutturalmente esposta – hanno da sempre rappresentato quelli più dannosi e luttuosi, seguiti per frequenza e gravità dai dissesti idrogeologici diffusi nella forma delle frane ed alluvioni.

Alle più importanti calamità sismiche si collegano, in modo abbastanza diretto, le principali tappe evolutive della Protezione civile italiana, dall’apocalittico terremoto dello Stretto di Messina del 28 dicembre 1908 a quello di Avezzano e della Marsica nel 1915, dal Belice nel gennaio 1968 al Friuli del maggio 1976, fino alla catastrofe della Campania e dell’Irpinia (già seriamente colpita, nello stesso secolo, dai terremoti del 1930 e del 1962), per non parlare dei più recenti eventi dell’ultimo ventennio, da San Giuliano di Puglia all'Aquila, dall'Emilia ad Amatrice.

Il sisma di trentanove anni fa si è connotato, oltre che per la sua violenta “magnitudo” di tipo ondulatorio e sussultorio (9°-10° scala Mercalli, 6,7°/6,9° scala Richter) soprattutto – rispetto a tutti gli altri – per l’enorme estensione territoriale delle aree colpite, abbracciando quasi interamente le sette province campane e lucane, oltre quella di Foggia in Puglia, con circa 680 Comuni variamente coinvolti (e cioè l’8,5% del totale italiano) per una superficie complessiva di circa 17.000 km² ed una popolazione interessata di poco meno di 6 milioni di abitanti.

L’impatto risultava violentissimo su quasi tutta la provincia di Avellino e sui manufatti edilizi, in larga parte vetusti e fatiscenti, dei suoi numerosi Comuni, dal centro storico del capoluogo (con quasi 100 morti) ai municipi prevalentemente montani ed accidentati dell’Alta Irpinia. La durata del sisma della domenica sera era incredibilmente lunga, per circa 1 minuto e 30 secondi ad altissima magnitudo, seguita da molte scosse di assestamento, con l’epicentro – all’inizio non chiaramente localizzabile – ubicato in una vasta area interprovinciale tra due regioni, dall’Alta Irpinia al Vulture, a cavallo con le province contermini di Salerno e Potenza.

Nella provincia avellinese, la più colpita in assoluto, risultavano – dalla classificazione ufficiale dei danni – ben 18 Comuni disastrati (tra cui il centro storico del capoluogo, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza della Campania, Lioni, Teora, Torella, Calabritto, Rocca San Felice, San Mango, etc.), 99 gravemente danneggiati e solo 3 semplicemente danneggiati.

Lo scenario territoriale appariva drammaticamente variegato: vi è l’area centrale del “cratere” con i Comuni irpini e potentini disastrati; quella del danno grave e diffuso nelle aree contermini; le medie città capoluogo di Avellino, Potenza e Salerno; l’enorme area – talvolta artificiosamente gonfiata – del danno lieve nei luoghi più esterni all’epicentro, in cui si è inserito, con tutto il suo peso sociale e demografico, il disagio ed il degrado strutturale dell’area metropolitana di Napoli (preesistente e semplicemente aggravato dal terremoto).

L’impatto del sisma risultava distruttivo non solo per gli abitati e le strutture materiali del territorio ma determinava anche la “debacle” del vecchio modello organizzativo della Protezione civile – di cui alla legge n. 996/1970, rimasta sino ad allora senza regolamento di attuazione – di stampo assistenzialista e centralista, come strutturata dall’inizio del secolo e non adeguatamente ammodernata, schema rivelatosi del tutto inadeguato rispetto ai diffusi ed enormi fabbisogni di intervento e di rapida presenza in sito della macchina dei soccorsi.

La gravità, e soprattutto la straordinaria estensione degli effetti del terremoto, metteva drammaticamente a nudo l’anacronismo e l’insufficienza dei dispositivi e dei meccanismi di protezione civile fino ad allora utilizzati, facendo emergere – oltre ai difetti di coordinamento e direzione unitaria – le difficoltà e lentezze di dislocazione delle colonne di soccorso (soprattutto delle Forze armate), provenienti da remoto, con tempi di percorrenza ed attivazione operativa non adeguati alla tempestività delle esigenze di soccorso.

In quel drammatico frangente, con la visita del presidente della Repubblica Pertini nei Comuni terremotati e la sua clamorosa esternazione televisiva a reti unificate, si apriva una crisi politico-istituzionale, che metteva a dura prova il governo Forlani, con le dimissioni (poi rientrate) del ministro dell’Interno Virginio Rognoni, ponendo al centro della riflessione pubblica e della polemica mediatica la ricostruzione – prima ancora che delle contrade terremotate – di un più avanzato e funzionale modello di Protezione civile.

Si colloca in quel concitato frangente sia la sfortunata vicenda del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, sollevato dall’incarico non per negligenza personale (che neppure i successivi procedimenti giudiziari potranno imputargli) ma solo quale “capro espiatorio” di responsabilità oggettive per le inefficienze ed i ritardi nella gestione di un evento di assoluto rilevo nazionale – che non era certamente possibile fronteggiare su base provinciale –, sia la straordinaria ed efficiente operatività del nuovo prefetto subentratogli, Carmelo Caruso, in piena sintonia con il commissario straordinario Zamberletti, di cui diveniva “longa manus” in ambito provinciale in una stimolante stagione di impegno ricostruttivo e riorganizzativo.

Nasceva così proprio da quel tragico fatto, consolidandosi in pochi anni, il nuovo modello di Protezione civile facente capo al neo-costituito Dipartimento della presidenza del Consiglio dei ministri, a competenza specialistica, che subentrava nei compiti “generalisti” del ministero dell’Interno per esercitare una funzione di coordinamento unitario (più che di direzione gerarchica), rispetto al policentrismo di un sistema plurale via via articolato a rete nella molteplicità dei soggetti, delle strutture e delle componenti istituzionali, operative e territoriali.

Dal 23 novembre 1980 si apriva così un decennio sperimentale assai produttivo di soluzioni innovative, che vedeva l’impegno del nuovo ministro per la Protezione civile, l’istituzionalizzazione nell’ambito del sistema delle funzioni di previsione e prevenzione (simboleggiata dalla commissione “ Grandi rischi”), la progressiva e rilevante valorizzazione del ruolo delle Regioni, delle autonomie locali e dei sindaci e – non da ultimo – la piena apertura al concorso incisivo e non più ancillare del volontariato associato, addestrato, organizzato e specializzato, coordinato con le funzioni istituzionali.

L’evoluzione del decennio successivo al terremoto si racchiude nella moderna legge quadro 225/1992, con le sue successive modifiche ed integrazioni, istitutiva di un “sistema nazionale di Protezione civile” sempre più avanzato e tecnologico, oggi di riferimento anche a livello internazionale, riordinato dall’apposito codice di cui al decreto legislativo n. 1/2018, nonostante il ridimensionamento degli ultimi anni, determinato dalla crisi di risorse e dai meccanismi di “spending review” della finanza pubblica nazionale. Nel contempo, sul piano della prevenzione antisismica, vi è stato negli ultimi decenni un importante aggiornamento nella classificazione dei Comuni a rischio e della normativa tecnica applicabile: si è realizzata la ricostruzione di edifici più resistenti e con incisivi interventi di adeguamento, oltre agli studi sulla micro-zonazione – per valutare gli effetti di sito delle azioni sismiche – con un significativo avanzamento, in Campania e in Irpinia, e risultati di potenziamento strutturale che consentono di guardare con maggiore relativa serenità a futuri malaugurati terremoti (soprattutto se di entità medio/bassa).

Oltre ai fondamentali profili di Protezione civile, per cui l’Irpinia ha rappresentato il più importante laboratorio nazionale, si apriva con la legge 219/1981 la tribolata fase del reinsediamento e della ricostruzione privata e pubblica, e cioè da un lato degli edifici distrutti o danneggiati – ricostruiti in loco o talvolta fuori sito per cause geologiche – sulla base di strumenti urbanistici speciali, adottati con procedimenti in deroga di cui all'apposita legislazione, scontando il ritardo dei periodici rifinanziamenti Cipe e le difficoltà attuative determinate anche dalle farraginosità burocratiche e dalla litigiosità nei rapporti interprivatistici.

Rapida ed efficace risultava la ricostruzione delle contrade rurali dei Comuni colpiti mentre la ricostruzione pubblica vedeva invece la lenta e progressiva realizzazione di importanti infrastrutture stradali, opere pubbliche e servizi, e soprattutto, l’attivazione di un tribolato processo di sviluppo industriale nelle aree interne e montane delle province terremotate. Ai sensi dell’art. 32 della legge n. 219/1981 venivano infrastrutturate otto aree per insediamenti industriali in Alta Irpinia – che si aggiungevano al nucleo tradizionale di Avellino/Pianodardine ed al polo conciario di Solofra – in corrispondenza delle zone più colpite dal sisma (San Mango sul Calore, Calaggio, Porrara, Lioni-Nusco-Sant’Angelo, Conza, Morra De Sanctis, Calitri e Calabritto) per attrarre investimenti e produrre occupazione, scongiurando lo spopolamento e la desertificazione del “cratere”. I risultati ad oggi sono parziali ed in qualche caso discutibili, ma pur tuttavia significativi, con alcune presenze imprenditoriali importanti e tecnologicamente avanzate.

Dopo quasi quaranta anni di vicende articolate e complesse risulta difficile tracciare bilanci univoci e valutazioni di sintesi su un così ampio processo di trasformazione e sviluppo – peraltro con code della ricostruzione ancora aperte - che, comunque, pur tra luci ed ombre, ha seriamente inciso sull’assetto e fisionomia delle aree terremotate, anche nel profondo del tessuto socio-economico, ed ha modificato gli stili di vita di quelle comunità che hanno vissuto significative metamorfosi, ma il rendiconto sommario sembra largamente positivo (al netto di degenerazioni ed episodi deteriori).

Una ulteriore riflessione deve oggi dedicarsi ai mutati aspetti ambientali del territorio, resi certamente più problematici dalle trasformazioni antropiche dell’entroterra irpino, dai nuclei di industrializzazione e dalla maggiore urbanizzazione in aree di montagna, che ha reso la verde ed incontaminata Irpinia dell'ante-terremoto – isola felice sotto l’aspetto naturalistico – un po’ meno verde, meno incontaminata e, quindi, meno isola felice.

A fronte di un ambiente significativamente trasformato, con il rischio di potenziali inquinamenti e contaminazioni, soprattutto rispetto ai corpi idrici superficiali e sotterranei – che rappresentano la matrice ambientale più caratteristica dell’Irpinia – occorre alzare sempre più i livelli di tutela ed attenzione, di monitoraggio, controllo e prevenzione, ancorché la provincia risulti meno compromessa dalle pressioni insediative rispetto alla più congestionata area metropolitana e costiera della Campania.

*Commissario straordinario Arpa Campania

 

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