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    05/02/2023

La difesa dell’ambiente/Un piano per combattere l’emergenza idrica

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Il fiume CaloreAVELLINO – Gli anni bisestili sembrano voler confermare il loro carattere funesto e quest’anno dopo il coronavirus a livello locale parte l’emergenza idrica. Già a giugno sono cominciate le manovre di chiusura sull’acquedotto in quanto, con un inverno particolarmente secco, le sorgenti hanno attualmente un 40% in meno della portata dello scorso anno di questo periodo. Se continua così il periodo di massima magra (oggi dovremmo essere in morbida) che cade in settembre-ottobre sarà veramente problematico.

Ora proprio il coronavirus dovrebbe averci insegnato alcune cose (anche se temo che noi non sappiamo far tesoro delle lezioni) e dopo il fatto che il mondo è piccolo (un cinese starnutisce e noi prendiamo il raffreddore) dovremmo aver capito quanto fragile sia la nostra società così complicata ed interconnessa ma che ha dimenticato la necessità di gestire il piccolo ed il vicino.

Il cambiamento climatico e tutte le emergenze che si stanno profilando stanno sempre più acuendo tale fragilità. Le risorse idriche sembrano diminuire e l’Italia viene indicata come un paese che ha un 20% di territorio a rischio desertificazione. Ora, salvo alcune zone che già storicamente hanno sofferto per carenza idrica e quindi sono effettivamente esposte a tale rischio (si pensi al Salento, alcune zone della Sicilia e della Sardegna), in generale non vi è una carenza idrica in senso assoluto ma c’è sicuramente una carenza nella disponibilità di acque utilizzabili ed un loro cattivo uso. Le precipitazioni sono spesso concentrate in tempi brevi per cui tendono a creare danni e dissesti idrogeologici e non ricaricano le falde e le acque che utilizziamo troppo spesso le scarichiamo senza una adeguata depurazione andando a contaminare altre risorse rendendole inservibili.

La nostra Irpinia può essere presa come esempio addirittura emblematico. Terra ricchissima di acque che ha fornito a molte parti del Meridione (Napoli, Salernitano, Puglia) oggi soffre in alcuni casi più di quanto soffrano le stesse zone alimentate con le nostre acque. Ma non è tutta colpa del cambiamento climatico che pur avendo ridotto la capacità di ricarica delle falde ci lascia una quantità di acqua che, se ben gestita, sarebbe comunque sufficiente a garantirci l’approvvigionamento ed un ambiente non desertificato.

Si pensi che le disponibilità idriche dell’Alto Calore assommano a circa 2000 lt/sec che è una portata capace di soddisfare una popolazione di oltre 1.000.000 di abitanti. Con una utenza decisamente inferiore non si riesce a garantire un approvvigionamento costante. Il motivo? Le perdite di rete che sciupano almeno la metà dell’acqua prelevata. Oltre a ciò una importante aliquota di risorse idriche non può essere utilizzata (o per essere utilizzata deve essere trattata) a causa dell’inquinamento idrico. Si pensi alle falde di Solofra ed a quella dell’Ufita contaminate da tetracloroetilene ai fiumi Calore e Sabato per cui vigono i divieti di prelievo per irrigazione per contaminazioni di tipo batteriologico.

Immaginate 2000 lt al secondo che già vengono prelevati dall’ambiente e quindi sottratti ai corpi idrici che poi vengono contaminati e sversati finendo per contaminarne 100 volte di più: come possiamo pensare di sopravvivere a questo scempio?

Ed allora? Innanzitutto risparmiamo tutto quello che possiamo risparmiare: un piano poderoso di interventi per il rifacimento delle reti idriche potrebbe portarci ad un risparmio che nelle più pessimistiche previsioni può raggiungere almeno un 30 % della portata disponibile il che significa risparmiare 500-600 lt/sec. Essendo tale portata generalmente anche sollevata da appositi impianti un simile risparmio garantisce anche un notevole risparmio energetico (e sulla bolletta). Una volta usata negli agglomerati urbani l’acqua reflua di risulta, inviata ad impianti di depurazione adeguati e correttamente gestiti, non solo può essere restituita all’ambiente in maniera corretta garantendo una portata aggiuntiva a fiumi che ne sono bisognosi, specie in magra, ma, in alcuni casi, può essere proficuamente reimpiegata sia a scopo industriale ma soprattutto a scopo irriguo.

Il fiume Calore è un esempio lampante. Innanzitutto all’altezza della frazione Calore vi è una bella opera del Consorzio di bonifica dell’Ufita ove è stato realizzato un ameno laghetto sfruttabile a fini turistici ma avente lo scopo di reimpiegare l’acqua a fini irrigui. Oggi, stante la situazione del fiume, questo impianto soffre di notevoli criticità.

Ancora più a monte nella piana di Montella dal Vallone Scorzella vengono prelevate acque ad uso irriguo che penalizzano, specie in alcuni anni, la portata del fiume Calore a valle mentre nei pressi di San Francesco a Folloni vengono immessi circa 3000 mc/g di acque reflue. Depurando opportunamente tali acque esse possono essere reimpiegate a fini irrigui rilasciando una pari portata dal Vallone Scorzella e garantendo una maggiore portata al fiume anche alleviando i problemi delle magre eccessive.

La stessa cosa potrebbe avvenire con l’acquedotto Alto Calore che, riducendo i propri sprechi, potrebbe rilasciare quantità di acqua modeste (pochi lt/sec) dalle sorgenti alte del fiume Calore nel periodo di magra in modo da alimentare tratti di fiume ricadenti nel Parco regionale dei Monti Picentini fondamentali per la sopravvivenza della fauna.

Ancora gli interventi di risanamento idrogeologico anche con la realizzazione di piccoli invasi ed opere di accumulo delle acque fluenti può essere un ulteriore intervento di recupero di risorse. A tal fine è importante segnalare l’intervento di notevole interesse scientifico ed ambientale del Consorzio di bonifica dell’Ufita che ha realizzato una sorta di diga sotterranea per favorire l’accumulo di acque nella subalvea del fiume omonimo. Si tratta di una idea molto intelligente che andrebbe riproposta ove possibile ed è indice di una mentalità da estendere, quella degli interventi a basso impatto per il recupero di risorse.

Infine oramai esaurite le risorse profonde occorre rivolgersi a quelle superficiali ed agli invasi, ed in tale ottica quanto detto sulla salvaguardia delle acque superficiali diventa ancora più importante. In particolare per l’Ato Calore Irpino assume particolare importanza l’invaso di Campolattaro con i suoi 100.000.000 di mc invasati.

Lasciatemi ora fare un appello ai sindaci che, pur tra mille difficoltà, sono coloro nelle cui mani vi è buona parte del potere decisionale e di intervento (da soli o negli organi consortili). Quando ci sono opere ambientali non chiamate tecnici solo perché sono amici o hanno nomi reboanti, chiamate chi queste cose le sa fare bene, agli altri fate fare strade, giardini, pubblica illuminazione ma gli interventi ambientali possono avere impatti anche peggiori dei mali che si vogliono risanare.

Subito dopo partite dall’idea che si tratta di opere che vanno gestite ed anche qui occorrono tecnici preparati, occorrono anche risorse adeguate ed aziende serie che gestiscano. Le gare al massimo ribasso con importi stracciati non sono un risparmio né per l’ambiente (ove i costi indotti sono decine di volte maggiori) né per la stessa amministrazione che comunque pagherà in termini di degrado quanto risparmiato.

Il vecchio detto “o’ sparagno non è mai guaragno” è assolutamente vero in questi casi. L’emergenza coronavirus e le risorse che si dice saranno liberate possono essere l’occasione di un programma serio di interventi su acquedotti, depuratori e risanamento idrogeologico che creando lavoro ci può portare fuori dalla crisi e restituirci un ambiente più vivibile.

 

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