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    05/02/2023

La gestione dell’acqua in Irpinia

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La sede dell'Alto CaloreAVELLINO – “Dotto’, levatici a currente ma ratici l’acqua, almeno due ore o iuorno”: con questa frase mi accolse il capocontrada (figura ancora oggi presente in alcune contrade dell’Alta Irpinia) di una contrada di San Sossio Baronia all’indomani del terremoto. Io, giovane funzionario, ero andato in zona per collaudare e fare le analisi di una nuova condotta rurale che doveva servire quella contrada praticamente priva di acqua. Stavamo facendo i lavaggi per cui dagli scarichi “buttavamo” l’acqua di lavaggio per poter fare poi i prelievi di potabilità. Quando arrivai nel mese di luglio del 1981 vidi una scena che non dimenticherò mai.

I bambini nudi si spruzzavano l’acqua che fuoriusciva dai pozzetti dell’acquedotto e le donne raccoglievano tutto quello che potevano con delle secchie. Gli uomini scavavano solchi per convogliare quanto “superava” gli sbarramenti negli orti e nelle cisterne di accumulo dell’acqua piovana. Sì, proprio l’acqua piovana come nell’antica Roma i tetti inviavano le piogge nelle cisterne.

L’area era particolarmente problematica in quanto pozzi e sorgenti erano attivi solo fino alla primavera, poi scomparivano e l’acqua si andava a prendere con i carri botte dei trattori alle sorgentelle del fondovalle del Fiumarella. Nella contrada c’era anche una vedova che non aveva queste possibilità ma la fortuna è che in queste contrade sono di fatto tutti parenti per cui gli uomini delle altre famiglie a turno portavano l’acqua anche a lei.

Al mio arrivo vengo accolto da un comitato costituito dal capocontrada, che mi accolse con la frase appena detta, e dalle madri della contrada che mi costrinsero ad entrare in tutte le case per un caffè, un amaro ed ogni altra cosa potessi desiderare, per poi riempirmi la macchina di loro prodotti immessi a forza nel portabagagli nonostante tutte le mie rimostranze e tentativi di oppormi. “Non v’aiti amareggia’ dotto’ , nui accussì facimmo” fu la frase del capocontrada che non ammetteva repliche. Fatti i prelievi aspettai i risultati delle analisi con un ansia particolare ed appena li ebbi ed erano favorevoli li trasmisi subito prima della comunicazione ufficiale sia all’ufficiale sanitario della zona che all’Alto Calore per consentire una immediata erogazione. Pensare oggi di erogare in qualunque comunità l’acqua per sole due ore al giorno significherebbe scatenare la rivoluzione mentre a San Sossio erano addirittura disposti a rinunciare alla energia elettrica collegata loro solo da qualche settimana pur di “due ore di acqua”.

Questo episodio, stampato a fuoco nella mia mente, mi fece capire l’importanza dell’acqua e mi fece per la prima volta orgoglioso del lavoro che facevo. Chiaramente l’approvvigionamento idrico non può limitarsi a sole due ore ma quello che è significativo è che la gente comune, abituata ad avere l’acqua in casa h 24, sciupandola ampiamente, si accorge del suo valore solo se aprendo il rubinetto non la vede uscire. Allora improperi, frasi sconnesse, ipotesi suggestive (l’acqua se la vendono, la Puglia ha l’acqua e noi no, e chi più ne ha più ne metta). Eppure, pur rischiando di sollevare polemiche, io affermo che la situazione attuale è perfettamente logica e normale e l’acqua non è neanche poca, anche con cambiamenti climatici in corso, almeno per il momento.

Perché ho volutamente detto che la situazione è logica ed è normale: perché è la conseguenza di almeno 50 anni di mala gestione durante la quale nessuno si è preoccupato di recepire gli allarmi che da più parti venivano lanciati. Nel 1994 è stata promulgata una legge per il riordino del sistema idrico ed ancora oggi, dopo rinvii e modifiche, la legge è di fatto inapplicata e sono passati 26 anni. E questo perché, in nome della difesa dell’acqua pubblica, una assoluta fandonia in Italia ove vi è una legislazione ipergarantista, ed a colpi di referendum si è di fatto impedito ogni modifica e lo si è fatto per consentire la gestione clientelare degli enti acquedottistici usati per le campagne elettorali a colpi di assunzioni che hanno prodotto elezioni con migliaia di preferenze.

Ma andiamo con ordine. L’Irpinia ancora negli anni Cinquanta aveva un numero limitato di utenti con l’allacciamento idrico alla propria abitazione e la quasi totalità dei Comuni, salvo eccezioni, avevano le fontanelle pubbliche ove la gente andava a rifornirsi. Di fatto Avellino capoluogo aveva un proprio acquedotto alimentato dalle sorgenti di Sorbo Serpico, poi i vari Comuni dell’Alto Calore erano riforniti dall’omonimo acquedotto che distribuiva le acque delle sorgenti di Montella fin nel Beneventano e da altri acquedotti locali che alimentavano gruppi di paesi (ad esempio Ariano e la Baronia dalle sorgenti di Castel Baronia che conservano ancora vestigia del vecchio acquedotto romano che probabilmente alimentava l’insediamento di Fioccaglie). I Comuni dell’Alta Irpinia erano alimentati invece dalle sorgenti di Caposele gestite dall’acquedotto Pugliese.

Fu solo negli anni Sessanta quando la vituperata Cassa per il Mezzogiorno (non esente da critiche ma sicuramente operativa e decisiva nella rinascita del Sud ad oggi ancora parziale) produsse un enorme sforzo di realizzazione degli acquedotti che sono poi quelli che ancora oggi conosciamo. Nasce il cosiddetto acquedotto della normalizzazione, un complesso sistema di alimentazione delle province di Avellino e Benevento. Il tutto dovuto alla lungimiranza dell’on. Fiorentino Sullo,  ministro dei Lavori pubblici e presidente dell’Alto Calore. Alla richiesta di concessione dell’Acquedotto Pugliese per le sorgenti di Cassano Irpino il ministro Sullo diede seguito alla concessione ma con la riserva di 600 lt/sec per l’Alto Calore. All’epoca 600 lt/sec erano una portata enorme per l’Irpinia ed ancora oggi sono la principale fonte di alimentazione del sistema idrico.

Senza dilungarci troppo il sistema che alimenta l’Irpinia è sostanzialmente ancora quello anche se integrato da altre fonti e da altri acquedotti sussidiari. La disponibilità idrica dell’Alto Calore è oggi di circa 2000 lt/sec che sono una portata ragguardevole e sulla carta sufficiente ad una popolazione di oltre 1 milione di abitanti. È chiaro che in un anno di crisi come l’attuale la disponibilità appare ridotta e dei 2000 litri si dispongono circa 1500 ma siamo ancora di fronte ad una portata notevole sufficiente a circa 800.000 abitanti. La popolazione servita non supera i 700.000 abitanti e quindi l’acqua dovrebbe bastare. E allora? E allora perdite di rete (si parla del 54%), impianti di sollevamento obsoleti (una pompa andrebbe sostituita ogni 5 anni o poco più), manutenzione oramai inesistente.

Di chi la colpa? Dell’Alto Calore sicuramente che per anni ha dilapidato un patrimonio di capacità trasformandosi sempre di più da ente operativo (capace di fare tutto in proprio) in carrozzone politico dove il personale impiegatizio sovrasta di gran lunga quello operativo per cui le manutenzioni spesso devono essere esternalizzate a ditte private con ulteriori costi. Alla faccia dell’acqua pubblica si pagano i dipendenti pubblici e poi si pagano le ditte private per fare il lavoro che non possono fare  i dipendenti pubblici in quanto il personale operativo è oramai all’osso. E non crediate che sia solo l’Alto Calore perché conosco sia l’Asis che l’Acquedotto Lucano che operano nella stessa maniera.

Ho avuto la fortuna di lavorare nell’Alto Calore nell’immediato dopo terremoto ed ho visto fare cose eroiche dai vari Confetto, Minerva, Tarantino solo per citare quelli che non ci sono più. Ed oggi, a parte qualche superstite della vecchia manutenzione che viene massacrato per far fronte ai disagi più che prevedibili, siamo come si suol dire alla frutta. La colpa di chi? Di tutti. Regione e Comuni che preferiscono coltivarsi gli orticelli politici anche a spese dell’acqua, dei cittadini che ancora non hanno capito il valore dell’acqua e seguono politicanti travesti da paladini dell’acqua pubblica il cui unico scopo è di far perdurare lo status quo (per il momento sono 26 anni, penso che aspirino ad arrivare a 260 anni ma credo che il collasso arriverà molto prima).

Ma prima o poi si pagherà tutto perché comunque i servizi devono essere pagati dai cittadini e quindi dalle tariffe. Più si gestisce “pubblicamente” l’acqua clientelare e maggiormente salato sarà il conto finale.

Dove è il gestore del servizio idrico integrato che la legge rendeva obbligatorio già nel 1996? Ed oggi cosa volete, l’acqua corrente nelle case? Ringraziate Iddio che almeno la vedete ancora perché se continua di questo passo diventerà nuovamente attuale la frase “Dotto’, levatici a currente ma ratici l’acqua almeno due ore o iuorno”.

 

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