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    05/02/2023

La cultura della prevenzione

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita11_protz_civi.jpgAVELLINO – L’epiteto di scienziato pazzo mi fu affibbiato al liceo quando di tanto in tanto mi presentavo con qualche ustione alle mani per esperimenti non andati proprio come dovuto. Non sono un complottista, anzi non ho nessuna simpatia per chi in maniera acritica pensa che tutto sia gestito da una trama oscura, ma sono un vecchio chimico che ha sempre approfondito le motivazioni più profonde delle cose e che la curiosità ha sempre spinto a cercare di capire. L’esperienza di vita vissuta (ufficiale dell’Esercito, operatore in servizi essenziali, Protezione civile, Difesa civile, emergenza rifiuti ed emergenze varie) ha poi forgiato una mentalità tesa a prevenire situazioni di crisi e dovendo ipotizzare vari scenari ha portato a prefigurare anche il peggiore degli scenari possibili (secondo la logica militare).

Abbinando quindi tutto quanto riportato prima si può ben capire anche il seguito. Tutto questo per dire cosa? Da anni gli addetti ai lavori si “divertono” ad immaginare quali possono essere le conseguenze al verificarsi di un determinato evento (la attuale pandemia, ad esempio, era stata messa in programma). Ora anche noi semplici cittadini siamo  abituati a vedere fiction e films ove si presentano scenari di guerre batteriologiche e di catastrofi varie ed anche se in massima parte si tratta di cose assurde e prive di fondamento in alcuni casi le stesse ricostruzioni televisive hanno dei margini notevoli di verità.

Uno dei primi sceneggiati che ricordo, costruito anche abbastanza bene, anche se molto catastrofico, è la serie del 1975 denominata “I sopravvissuti”. In tale sceneggiato il mondo viene colpito da un'epidemia dovuta ad un virus altamente letale sfuggito ad un laboratorio cinese (coincidenza!), che ha risparmiato soltanto una persona su 5.000 dell'intera popolazione terrestre. Il mondo intero si ferma ed i sopravvissuti devono ripartire da zero recuperando le capacità primordiali già solo per procurarsi il cibo.

Le similitudini con la situazione attuale sono veramente tante e sorprendenti. Da tempo poi gli esperti di guerra Nbc vanno approfondendo tematiche che solo qualche anno fa erano fantascienza ma oggi assumono una capacità reale. Ora non ha importanza se un determinato episodio avviene in maniera intenzionale o casuale e naturale ma quello che è importante è comprendere cosa può succedere in futuro e imparare la lezione.

Nel 2014 viene attivato un laboratorio BLS4 a Wuhan in Cina ed i laboratori di questo tipo sono quelli che lavorano con gli agenti biologici più pericolosi. Nel 2015 sulla rivista Nature Medicine appare il risultato di una ricerca che descrive la creazione di un virus chimera (si definisce tale un virus che non esiste in natura ma viene prodotto attraverso operazioni di ingegneria genetica) che è stato realizzato proprio a Wuhan inserendo una proteina spike dei coronavirus dei pipistrelli cinesi su di un virus della Sars.

Gli eventi susseguitisi a partire dalla fine del 2019 e le reticenze cinesi ad ammettere la pandemia sono cronaca attuale. Non ha importanza se vi siano relazioni tra i vari fatti, se la pandemia sia effetto di un naturale spillover o di un errore degli apprendisti stregoni (magnifico il cartone animato della Walt Disney) il dato certo è che oggi, grazie alla globalizzazione, se si starnutisce in Cina (ma anche altrove) in poco tempo il mondo prende il raffreddore.

C’è una domanda che a questo punto occorre farsi. E allora? La pandemia deve spingerci a rivedere una serie di nostre certezze e spingerci ad adeguare sia i comportamenti personali ma soprattutto l’apparato produttivo, i servizi essenziali e la nostra organizzazione sociale che non potranno più essere quelli pre-Covid. Occorre inserire una cultura della prevenzione in quelle che sono anche le attività più ordinarie.

Innanzitutto occorre riflettere sul fatto che la scomparsa delle maggiori malattie infettive dei decenni passati non ci ha messo al riparo dalle pandemie avendo solo aperto nuovi fronti e la nostra fortuna è di avere oggi una capacità di ricerca scientifica e di attività tecnologica che solo qualche anno fa era impensabile.

In secondo luogo la globalizzazione ed il nostro nuovo modo di vivere ci rende estremamente vulnerabili nei confronti delle problematiche emergenti e dei contraccolpi che esse possono generare sia sull’apparato produttivo che sul benessere sociale, ed il pensiero che sulle riaperture abbiano influito anche considerazioni di ordine pubblico non è una idea peregrina. Infine dobbiamo accettare che di fatto si possono presentare in qualunque momento scenari che sono scenari di guerra anche se nessuno la guerra l’ha dichiarata.

Coprifuoco, limitazione delle libertà personali, sistema sanitario al collasso, camion militari che trasportano bare sono tutti scenari che il Paese può aver vissuto solo in periodi bellici o immediatamente post bellici. E se i latini avevano ragione vale il “si vis pacem para bellum” per cui occorre imparare a prepararsi ad attacchi non prevedibili, non fa differenza se questi attacchi sono portati da un vero nemico tradizionale o da un nemico invisibile e sconosciuto.

In un precedente articolo sono già state evidenziate alcune evidenti carenze con cui è stata affrontata la pandemia e le polemiche sul piano pandemico non hanno fatto altro che evidenziare quanto poco noi italiani pensiamo alla prevenzione (in tutti i campi) fidandoci sempre molto del nostro stellone o nel caso di noi irpini di Mamma Schiavona.

Purtroppo non sempre tutto ciò basta e sempre un vecchio detto dice “aiutati che Dio ti aiuta”, ma la cultura della prevenzione non è italiana (Ponte Morandi docet) né tanto meno irpina. Occorre quindi un netto cambio di mentalità ove bisogna assolutamente cominciare a pensare sul lungo periodo, preparandosi ad affrontare emergenze di tutti i tipi per le quali non dovremo più chiederci se ci saranno ma solo quando ci saranno.

Emergenza sismica, vulcanica, ambientale e sanitaria dovranno essere comunque valutate come rischi reali ed imminenti e non potendo pensare di tenere una macchina sempre attiva pronta per ogni evenienza occorre predisporre un sistema che sia in grado di attivarsi in tempi brevi e mobilitare tutte le risorse presenti sul territorio casomai dirottandole da altri settori. E questo sistema deve essere stabile e professionale e non può che passare attraverso il coordinamento di strutture quali le prefetture, con un supporto predisposto per attingere rapidamente dal volontariato.

Abbiamo visto, ad esempio, che per i vaccini non si riusciva ad avere il personale necessario perché per norma solo i medici possono operare in tale senso e se ciò è comprensibile in tempi normali in emergenza bisogna essere pronti a recuperare tutti, farmacisti, veterinari, infermieri casomai presso una struttura ove è presente anche un rianimatore ma non si può aspettare di intervenire fermandosi di fronte a norma burocratiche, che in emergenza devono essere rapidamente superate, ed in questo le esperienze commissariali (quelle ben condotte) hanno dimostrato tutta la loro efficacia.

La stessa provincia di Avellino ha molte strutture inutilizzate o sottoutilizzate dagli ospedali ai centri di assistenza, alle palestre ecc. Occorre pensare come si possono utilizzare nel caso di un evento calamitoso, qualunque esso sia, e quali sono le risorse da mobilitare per il loro utilizzo.

I piani di Protezione civile comunali, quando ci sono, sono troppo spesso obsoleti o copiati da internet mentre dobbiamo renderci conto che ogni comunità deve essere in grado di attuare gli interventi di prima emergenza fatti salvi poi tutti i contributi esterni di livello sovraordinato.

Esistono piani di difesa civile? Esistono piani per incidenti rilevanti? Esistono strutture che possono in tempi brevi riconvertirsi per effettuare screening di massa sia per emergenze ambientali, sanitarie o terroristiche?

Forse in parte sì, ma sono adeguati ad un evento straordinario? Non basta, ad esempio, avere solo  l’eccellenza del Cotugno a Napoli perché un virus arriva anche a Trevico senza chiedere il permesso ed occorre una giusta, calibrata rete di presidio territoriale. Oggi, come si spera, ci avviamo verso l’uscita del tunnel. Ci sarà qualcuno già nell’immediato futuro che, passata l’emergenza, anche a livello locale, si metterà a pensare cosa fare se saremo costretti in futuro ad imboccare un altro tunnel sia esso ambientale o sanitario? Io qualche idea ce l’ho.

 

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