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    05/02/2023

Irpinia, le scelte per la difesa e la gestione del patrimonio idrico

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Calabritto, rio zagaroneAVELLINO – Il dibattito nato per la divisione del distretto idrico del Calore ha investito il problema più ampio legato alle risorse idriche, ma dall’esame delle varie posizioni espresse tramite la stampa si ha la netta impressione che le idee in materia siano piuttosto confuse, soprattutto nel momento in cui si vanno ad individuare possibili soluzioni da proporre.

Chi propone nuove leggi, chi propone agenzie, chi propone altro ma non si vede alcun riferimento a possibili soluzioni facilmente (naturalmente in linea di principio) perseguibili utilizzando quanto già a nostra disposizione sia dal punto di vista normativo che tecnico.

Siccità, deflusso minimo vitale, protezione dall’inquinamento, salvaguardia idrogeologica degli acquiferi hanno possibili soluzioni nelle norme e nelle strutture già esistenti a patto che si scelgano le strade realmente percorribili attraverso studi adeguati ed interventi oculati senza fughe in avanti e senza aspettare sempre qualcosa di nuovo. Le scelte infine, contrariamente a quanto avviene, non devono essere dettate da localismi ma devono essere guidate da una ampia visione delle problematiche con decisioni che devono essere sicuramente coraggiose ma che sono quelle dello statista. De Gasperi ci ha insegnato che il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni e noi oggi abbiamo bisogno di statisti.

Volutamente non si tratteranno i temi connessi con la gestione del Servizio idrico integrato che, se realizzato secondo lo spirito della legge, sarebbe di per sé la soluzione, ma dato che la Regione Campania sembra non operare secondo gli stretti dettami della legge nazionale ci esimiamo da un ingrato compito che lasciamo volentieri ad altri anche se proprio su questo tema la confusione è massima.

Cominciamo con la siccità ed il deflusso minimo vitale. Non volendo ripetere tutto quanto già detto sul cambiamento climatico si vuole sottolineare che la scarsità di acqua, per quanto reale se confrontata col passato, non è una scarsità dovuta ad assoluta carenza di risorse idriche. L’acqua che piove è in linea di principio sufficiente alle nostre necessità ma non si distribuisce più come in passato su lunghi periodi (soprattutto nevosi) garantendo una disponibilità continua ma data la tropicalizzazione del clima si concentra con precipitazioni molto intense in brevi periodi sfavorendo l’infiltrazione e la ricarica delle falde.

C’è quindi bisogno di cambiare atteggiamento nei confronti della gestione del sistema idrico utilizzando appieno due concetti fondamentali: l’accumulo ed il risparmio.

L’accumulo richiede la disponibilità di idonei sistemi che raccolgano le acque nei periodi piovosi rendendole disponibili nei periodi siccitosi e bisogna eliminare tutti gli sprechi di sistema a cominciare dalle perdite di rete. Si pensi che l’Alto Calore ha una disponibilità teorica di oltre 2000 lt/sec, ma col 54 % di perdite la disponibilità effettiva scende a meno della metà. Si sottrae la portata di deflusso minimo vitale ai fiumi per disperderla nelle reti urbane con un enorme sciupio anche dal punto di vista energetico.

Per gli invasi poi l’importanza del loro ruolo è dimostrata dal lago di Conza che quest’ anno nonostante la siccità si è comunque riempito fin quasi al colmo. Esiste un piano datato 1974 che prevedeva una serie di invasi, per alcuni dei quali esistono anche i progetti definitivi o esecutivi, ma mai attuato  con la mancata realizzazione di tutti gli invasi previsti. Gli invasi oltre che per usi multipli possono dare acqua proprio per il deflusso minimo vitale dei fiumi ridotti oramai a torrenti.

Abbiamo però in Irpinia un esempio virtuoso che andrebbe incoraggiato su scala più ampia ed è il Consorzio di bonifica dell’Ufita che ha saputo realizzare l’invaso di Macchioni che oggi viene anche potenziato con una derivazione dal vicino vallone di San Nicola. Ma il Consorzio ha fatto di più realizzando a monte di Grottaminarda una soglia impermeabile sotterranea a sbarramento del fiume Ufita creando di fatto un invaso sotterraneo che ha consentito un incremento delle acque invasate nella subalvea del fiume da cui prelevano i pozzi del Consorzio.

Una idea futuristica quella di un invaso sotterraneo che accumula acque che vengono fatte infiltrare che altrimenti scorrerebbero verso valle e che sono anche protette dalla evaporazione. Un esempio da valutare ed eventualmente ripetere ove ve ne siano le condizioni.

Un altro contributo lo può dare il recupero delle acque depurate ma di questo ne parleremo in altra sede limitandoci a dire che gli impianti sono il classico esempio dei due piccioni con una fava. Si recupera acqua e si evita l’inquinamento ma oltre a realizzarli correttamente gli impianti vanno gestiti altrettanto correttamente.

La protezione idrogeologica degli acquiferi è un altro aspetto che non richiede nessun intervento nuovo se non il funzionamento dell’esistente ed il rispetto della normativa già promulgata.

L’acquifero più importante della Campania e del Meridione ricade sui Monti Picentini che sono stati costituiti in Parco regionale che di per sé dovrebbe garantire la tutela idrogeologica ed ambientale dell’area.

Ma il Parco esiste? Si eseguono tagli industriali anche nelle zone a riserve integrale. Vi sono fenomeni di inquinamento altamente rischiosi ma non ci si è mai imbattuti in un intervento o quanto meno in una presa di posizione del Parco che invece ha avuto un colpevole silenzio nella vicenda dell’inquinamento da tetracloroetilene del Solofrano-Montorese. Ci sono stati interventi di alterazione di corsi d’ acqua in piena zona B del Parco e non è successo niente. Ripeto, il Parco esiste?

La norma sulle acque potabili infine richiede la istituzione di zone di protezione delle fonti di approvvigionamento con una zona di tutela assoluta, interdetta a tutti, una zona di rispetto, con limitazione di alcune attività, ed una zona di protezione generale che deve proteggere la zona di ricarica delle falde idriche. Tali zone individuate dal concessionario delle risorse devono essere recepite dagli strumenti urbanistici dei Comuni diventando operative e realmente utilizzabili. Dal 1986 epoca di promulgazione della legge è stato fatto qualcosa? Qualcosa forse sì, ma con scarsi effetti positivi data l’assenza di un vero gestore.

Allora vogliamo aspettare qualche altra legge, da lasciare naturalmente inapplicata, o vogliamo chiedere che le amministrazioni preposte facciano il proprio dovere ed attuino le norme già esistenti? Vogliamo affidare le strutture che devono gestire un patrimonio inestimabile a strutture adeguate o seguendo il criterio dell’uno vale uno vogliamo continuare ad affidare la gestione di fondamentali strutture all’improvvisazione?

 

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