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    14/06/2024

La stagione dei diritti civili tra laicità e fede

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I padri conciliari nel corso della prima sessione del Concilio ecumenico Vaticano II nella basilica di San Pietro (11 ottobre 1962)AVELLINO – Nell’ambito del dibattito sulla Giornata della memoria che avrà a termine con le celebrazioni del 27 gennaio prossimo, ospitiamo una lettera-intervento di Carmine Acocella, presidente del Circolo culturale "J.F. Kennedy ", sezione Capodimonte di Napoli, promotore e sostenitore della innovazione tecnologica per lo sviluppo sostenibile, per il bene comune e per la difesa della causa etnica e delle vittime della seconda guerra. In particolare, Acocella ripercorre, in una sorta di cammino a ritroso, la stagione dei diritti civili come possibilità di equità e di equiparazione sociale, economica e geografica delle regioni del Mezzogiorno in relazione ed alla luce del rapporto tra laicità e fede  emerso dal Concilio Vaticano II.

*  *  *

Il periodo fra gli anni Sessanta e Settanta, nella storia di Italia e del mondo, fu un periodo denso e ricco di avvenimenti. Si ricorda a tal proposito il Concilio Vaticano II 1962-1963 il quale sancì l’apertura alla modernità ed ai popoli, pur conservando la tradizione della Chiesa, ma secondo un ragionevole criterio di par condicio nel rispetto e considerazione fra i popoli.

Il 1965 fu un anno molto importante perché fu varata, il 21 dicembre, la legge internazionale sulle etnie, guarda caso proprio durante il periodo di presidenza dell’Onu di Amintore Fanfani (1965-1966). La normativa contenuta nella legge fu recepita anche dalla legge italiana n.654 del 13 ottobre 1975, promulgata dal ministro Oronzo Reale. La Chiesa, anche di America, ricorda in alcune celebrazioni le vittime dell’olocausto, ma la sapienza della cultura del Concilio era quella di considerare equamente le altre etnie e le altre culture. Il documento De humana dignitate sancito nell’ambito del Concilio Vaticano II apre agli altri popoli ed alle altre etnie. E’ un documento indubbiamente che può servire soprattutto nei momenti di difficoltà e di dialogo internazionale. La verità è che i fanatismi o le dittature o le pretese di superiorità aprioristiche o monolitiche hanno portato nella storia dell’umanità generalmente a guerre, catastrofi o oppressioni.

La difficoltà è che oggi nella variegatura anche marcata fra le varie culture e religioni, tra buddismo e islamismo, ebraismo e cristianesimo a volte appare difficile il dialogo! Il vero umanesimo è la considerazione di tutti gli elementi che compongono un sistema sociale ed economico, ma senza perdere di vista l’uomo in quanto tale e le necessità ed i suoi bisogni, integrandoli con quelli degli altri e cercando di equiparare, proprio secondo quel documento De humana dignitate, di cui sopra, specie chi è in condizioni di maggiore necessità o bisogno, o anche zone del pianeta che hanno maggiormente bisogno e che sono isolate o emarginate dallo sviluppo.

Non a caso anche nel territorio italiano, per fare una ironia grottesca, esistono zone meno isolate e zone più isolate, zone che hanno più bisogno e zone che hanno meno bisogno. Ricordiamo il famoso libro di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli. Se vi è un territorio più svantaggiato, dunque, è bene che si considerino le zone più svantaggiate, rispetto alle zone più avvantaggiate almeno in tema di sviluppo industriale o di trasporti, partendo da quelle zone.

Forse la saggezza del documento De humana dignitate nella considerazione delle varie fedi e delle varie culture è un elemento che oggi può giovare nel dialogo internazionale, escludendo però episodi di fanatismo gratuito, o di regimi dittatoriali come i morti di Tienanmen, oppure ancora l’uccisione di qualche giornalista inviato speciale nei paesi musulmani che la cronaca riporta come assassinio efferato o ingiustificato! Il decennio anni ’60 segnò anche il periodo della emanazione delle leggi sui diritti civili del 1966. Ma la rappresentazione del cattolicesimo democratico a valle del Concilio Vaticano II non solo rappresentò senza svilimento dei dogmi l’apertura ad altre culture, ma anche il fatto che la fede era patrimonio universale e di tutti e quindi di tutti i credenti, riconoscendo per chi crede, il concetto di unicità della divinità fra le varie religioni e fra le varie fedi.

Il proprio credo, però, si traduce nella espressione nei valori della concretezza nella risoluzione dei problemi e delle emergenze e delle necessità contingenti, specie quelle più impellenti. Proprio con questo credo e con questo spirito sociale abbiamo avuto, infatti, specie nella Valle dell’Ofanto, uomini e leader notabili che hanno dato un contributo determinante alla storia di Italia e che hanno affermato con sagacia e con perseveranza i problemi contingenti dell’Irpinia nelle aule del Parlamento italiano ed in sede di governo. Ricordiamo, essendo lo scrivente oriundo della Valle dell’Ofanto, il ministro Salvatore Scoca di Calitri ed ancora più recentemente, altri  politici che si sono impegnati e si sono battuti nelle aule del Parlamento italiano ed europeo per salvare l’unità della provincia di Avellino.

La domanda nasce spontanea: ma poi in che condizioni si sarebbero trovati tutti quei Comuni, geograficamente dell’Alta Valle dell’Ofanto, a partire da Conza, Aquilonia, Calitri, Monteverde, Sant’Andrea di Conza, Teora, che di certo non possono dirsi di appartenere orograficamente né alla Basilicata né alla Puglia, perché sono relativamente distanti ancora parecchie diecine di chilometri dai relativi capoluoghi di provincia e come dire sono ancora in terra di confine? Nel caso di accorpamento con la provincia di Benevento, se si aveva necessità di andare a fare un certificato nel capoluogo sannita, essendo questi Comuni distanti più di 80 km, nelle condizioni di dismissione della ferrovia Avellino-Rocchetta ed in assenza eventualmente di una vettura, come si sarebbe potuto risolvere il problema dal punto di vista logistico e dei trasporti per un giovanissimo, per un vecchietto o per un anziano?

Oltre a queste considerazioni, ragionevolmente obbiettive, testimonianze concrete come opere infrastrutturali, per l’Alta Irpinia rimangono: la costruzione della camionabile strada Ofantina bis, il potenziamento industriale dell’area del cratere, i piani Pip compresi fra Lacedonia, Nusco, Lioni, Morra, Calitri, Conza, Andretta, Teora, Aquilonia e Lacedonia, la battaglia per l’ospedale di Bisaccia contro la dismissione dei padiglioni, il potenziamento degli impianti dell’acquedotto del Sele, a partire da Caposele, la costruzione di indotti industriali importanti della industria aerospaziale a Morra, Teora, Lioni e chi più ne ha più ne metta! Vi sembrano, dunque, tutte queste opere realizzate finora cosa di poco conto?

Un elemento importante per lo sviluppo è quello del potenziamento delle vie di trasporto. In tal senso può essere determinante anche la ricostituzione della ferrovia Avellino-Rocchetta Sant’Antonio che, comunque, dava possibilità di collegamento, specie nelle zone dell’Alta Irpinia comprese fra Nusco, Lioni, Morra, Teora, Conza , Calitri, Aquilonia Andretta, Monteverde, anche a chi non disponeva di una vettura o a studenti o anziani, senza patente, avendo superato i limiti di età. Purtroppo in quelle zone non tutti hanno a disposizione un mezzo di locomozione e chi si deve recare ad Avellino o a Napoli o all’Università o deve fare qualche commissione o visita medica, non avendo una vettura a disposizione, rischia di rimanere tagliato fuori dai collegamenti. Anche questa è espressione di humana dignitate, in termini di equiparazione, per voler fare una ironia o no?

Per ciò appare essenziale come impegno civile del credente l’opera concreta di sostegno all’umanità, nel sociale, nella ricerca scientifica e medica, in tutte le aree dello scibile, soprattutto a chi ha più bisogno, o che si trova in condizioni più svantaggiate o in zone più svantaggiate, in termini di collegamenti o di sviluppo o vie di trasporto delle zone interne della nostra beneamata terra di Irpinia. Specialmente in questo momento storico, l’Irpinia e soprattutto alcune zone interne della Valle dell’Ofanto meritano impegno, rispetto ed attenzione particolare e, dunque, anche tutti i Comuni sopra citati.

Non a caso lo scrivente, ingegnere esperto e studioso delle nuove tecnologie ed avente doppia specializzazione in telecomunicazioni ed anche in impianti ed organizzazione industriale, già candidato alle elezioni amministrative di Napoli del maggio 2011 e con una esperienza di dirigente di enti di volontariato onlus, da più di venti anni e quindi con una certa sensibilità ai problemi del sociale e dei cittadini, ha elaborato un progetto di sviluppo industriale, con consorzi di piccola e media impresa. Tale progetto sarebbe auspicabile per la realizzazione di indotti di piccola impresa, con prodotti ed alimenti necessari di largo consumo, di una determinata categoria, con produzione in economia di scala, nelle zone che vanno da Napoli a Metaponto, passando per Baiano, Avellino, secondo l’asse viario ofantino, passando per l’Ofantina-Basentana e per i Comuni più isolati della Valle dell’Ofanto quali, Conza, Teora, Morra, Calitri, Bisaccia, Aquilonia.

Ciò affinché queste zone interne dell’Alta Iirpinia ed anche della Valle dell’Ofanto, che hanno spesso patito sofferenze ed isolamento, vengano rilanciate e rivalorizzate meritando una attenzione ed una visibilità maggiore, creando un nuovo sviluppo ed occupazione.

Se è vero, come qualcuno ha scritto, che la storia di Italia non è finita, beh, volendo ribattere ironicamente a questa affermazione, anche quella dell’Irpinia e dell’Alta Irpinia è una storia che non è mai finita, nel suo folklore, nelle sue diverse correnti culturali e di pensiero, nella sue risorse culturali ed intellettuali, nella sua tradizione atavica e familiare, che appartiene in parte anche allo scrivente. Ognuno collegialmente ha dato il suo contributo ed il suo amore per questa terra e continua a farlo, con perseveranza e con caparbietà, perché la collegialità e la partecipazione collegiale nel processo della dialettica democratica e di sviluppo della società, anche in termini di sviluppo socio-economico, come diceva  Aldo Moro, è espressione di rappresentatività e dunque di democrazia, quella vera.

 

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