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    28/10/2026

Tutti freddi con Monti Troppi freddi con il Sud

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b_300_220_15593462_0___images_stories_immagini_articoli_monti.jpgÈ fin troppo evidente che non è con un «pieno» di parole e promesse che il Meridione d’Italia può ritenere avviata un’inversione di tendenza nelle scelte economiche del governo per ridurre il divario Nord-Sud. Troppo più grandi di noi la crisi economica mondiale ed il dramma dell’euro.
Così come non è con un più ampio numero di ministri meridionali che si può misurare la voglia del nuovo governo di cambiare rotta rispetto alla politica ed all’economia «duali» teorizzate da qualche autorevole ministro dello staff che ha da poco abbandonato Palazzo Chigi. Però. Però.
Intanto, qualche delucidazione in più sull’ormai segretissimo (ed abbandonato?) Piano per il Sud del precedente governo non avrebbe guastato; così come sarebbe stato significativo affidare ad un autorevole tecnocrate meridionale qualche settore strategico dell’economia (Sviluppo? Infrastrutture? Rivoluzione urbanistica?). Qualche parola o qualche uomo in più (forse il Sud ha esaurito intelligenze e competenze?) avrebbero dato un buon segnale.
A meno che il professor Monti non abbia voluto intendere la sostituzione della vecchia maggioranza, con la Lega passata all’opposizione, un primo importante passo verso una grande svolta in questo campo: prima il salvataggio dell’Italia e la ripresa dello sviluppo, poi il resto. Questa ipotesi non è peregrina ma ci sono tanti ma a renderla evanescente. È da tempo che segnaliamo una spaccatura Nord-Sud nel Partito democratico (che sarebbe il partito più entusiasta del governo Monti). Così come da tempo rileviamo la funzione nordista dell’elettorato meridionale, sia di quello ufficialmente schierato con la corte di Arcore sia di quello ingaggiato da Berlusconi attraverso baroni e capipopolo che alimentano una decina di sigle che mischiano la parola Sud con il marchio Dc.
Se una vera (e sana) politica meridionalista non si ha più il coraggio di sostenerla in quello che fino a venti giorni fa è stato il principale partito di opposizione e se è disarmante il servaggio dei meridionali che sostengono la vecchia triade Berlusconi-Tremonti-Bossi c’è proprio da temere il collasso anche politico – dopo quello morale ed economico – della parte terminale della penisola.
Certo, è avvilente e disarmante apprendere dell’iniziativa della Cisl del Nord Italia che ha convocato i suoi dirigenti delle regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna che – insieme con i presidenti di queste Regioni (tre leghisti e due Pd) – vogliono urlare che è giunto il momento di chiedere un intervento chiaro e forte per la crisi economica di quelle zone, sculacciando Roma ed i meridionali. Non meraviglia tanto l’iniziativa. Come il Pd del Nord, i dirigenti Cisl di quelle aree credono di far così concorrenza alla Lega e di cavalcare il malumore della parte del Paese che conta. Ci manca solo che anche loro, come il “parlamento” padano chiedano il referendum sulla secessione.
Quel che colpisce è che certe iniziative e le semplicistiche analisi che ne stanno a monte provengono da organizzazioni (come la Cisl appunto) che durante il periodo difficile della ricostruzione hanno saputo avere una visione complessiva, mai separatista, mai furba, degli interessi italiani.
Era della Cisl Giulio Pastore – fondatore e suo primo segretario – settentrionalissimo e fattivo ministro per il Mezzogiorno, cattolico genovese che probabilmente oggi si sta rigirando nella tomba nel vedere il tradimento del Sud da parte della sua Cisl, ormai piegata, anche nelle sue componenti meridionali, verso il fulgido avvenire promesso dalla chimera berlusconiana. Se non fosse per la presenza nel Sud di aziende metalmeccaniche in crisi (aziende sorte tutte con i soldi dello Stato) vedremmo probabilmente in fuga verso gli interessi delle Stalingrado del Nord anche la Cgil che, quando l’Italia era un popolo di contadini, seppe stare dalla parte degli straccioni meridionali: quei braccianti che presero poi i treni per Milano e Torino e che, tranne il povero Giuseppe Di Vittorio, non trovarono allora un difensore delle loro terre oltre che delle loro famiglie.
Ci fosse stata una “rivoluzione agraria” più che la pur importante ma troppo piccola riforma agraria, il triangolo industriale nel Nord avrebbe avuto vita breve ed agra. Ma tant’è, non si può riscrivere con la rabbia la storia industriale del nostro Paese, storia che non sembra oggi destinata a scrivere nuovi capitoli. Ecco perché dobbiamo sperare che il medico Monti possa guarire l’Italia e possa fare che la nottata passi presto. Il suo riequilibrio dei conti – varato in Consiglio dei ministri e portato al voto del Parlamento – non è, per ora, neppure lontano parente del riequilibrio sociale del Paese, in primis quello Nord-Sud. C’è da attendere per riaccendere la fiammella meridionalista. Si attende perché oggi c’è fiducia.
Ed è per lo stesso motivo che sarebbe apprezzato qualche riferimento, durante il dibattito in Parlamento, non tanto al faraonico e difficilmente realizzabile ponte sullo stretto di Messina, ma al completamento della Salerno-Reggio Calabria o ad un’idea per un’autostrada Taranto-Reggio, o ad un servizio ferroviario decente Sicilia-Milano.
Ci auguriamo che Mario Monti, oltre che dire qualcosa sui secessionisti ufficiali, venga al più presto da queste parti e non commetta l’errore di Tremonti di scoprire in treno, tra una mattina ed un pomeriggio, i disastri dei servizi pubblici nel Sud d’Italia.

Ultimo aggiornamento ( Domenica 22 Gennaio 2012 18:55 )  

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